Roma, 30 lug – Il mondo del lavoro continua nella sua evoluzione, i dati sull’occupazione post covid sono un’illusione sul reale andamento del mercato lavorativo, sempre più colpito dal precariato e dai sempre più frequenti abbandoni volontari dell’impiego, mostrando così la volatilità e instabilità del lavoro. Sempre maggiore la distanza tra imprese e lavoratori, con la disoccupazione giovanile rimasta più elevata e gli stessi under 35 colpiti non solo sul piano economico ma anche sociale e psicologico.

Per i giovani lavoro a tempo determinato e povertà

La realtà del mondo del lavoro è fatta dalla difficoltà sempre maggiore per i giovani di trovare un lavoro stabile, condizione alla quale va sommato il frequente lavoro a tempo determinato (45.9%). In Italia i dipendenti a termine arrivano oggi a superare i 3 milioni, valore più alto dal 1977. L’Italia è il fanalino di coda in Europa di tutte queste tendenze: “In media, i giovani hanno una maggiore probabilità di affrontare una situazione sociale e finanziaria difficile” – afferma il rapporto Employment and Social Developments in Europe 2022 della Commissione Europea – “Già prima della pandemia, il reddito dei giovani era più volatile di quello dei lavoratori più anziani. Le famiglie guidate da giovani sperimentano una maggiore povertà. I giovani hanno avuto difficoltà a far fronte alle spese quotidiane, come quelle per le bollette e l’affitto, e il 61% di loro è preoccupato di trovare o mantenere un alloggio adeguato per i prossimi dieci anni”.

La società della disillusione

I lavoratori non rappresentano la parte privilegiata ma sono travolti dalle correnti del mercato libero guidato dalle grandi multinazionali, si sentono ingaggiati e non coinvolti nel processo lavorativo, sono solo un ingranaggio sostituibile, condizione che porta alla disumanizzazione e all’esaurimento. L’insoddisfazione e l’ansia sono le condizioni normali per un giovane nella società postmoderna, le quali contribuiscono ad ingrossare quella disillusione per il futuro che si traduce nell’accettazione, nell’immobilismo e nel disimpegno.

Andrea Grieco

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1 commento

  1. Concordo in linea generale con l’ articolo sovrastante.
    Anche per esperienza personale, visto che si parla di ansia, sottolineo che l’ ansia verso e nell’ ambito lavorativo è fondamentalmente determinata da scarsa o insufficiente -qualitativamente-, preparazione “scolastica”. Da anni oramai non riesco più a disgiungere i termini studio-lavoro (lavoro-studio). Lo studio quindi è lavoro. Ecco perché, secondo tanti/e ns. nonni/e, i bambini avrebbero dovuto iniziare la scuola un po’ più tardi rispetto alle consuetudini odierne. Il taglio ombelicale precoce dalla famiglia, dalla fantasia, dal disimpegno libero, si è dimostrato utile solo per lavori da ” forzata, ripetitiva catena di montaggio”, per disporre maggiormente a piacimento della manodopera da parte di certo sistema. Ma i risultati alla lunga non si sono davvero rivelati eclatanti. Stressando il fanciullo anzitempo anche lo studio diventa uno… stress. Figuriamoci il lavoro. L’ età decisiva per l’ apprendimento-lavoro va dai 7/8 anni ai 12/13, se si sballa su questo periodo tutto il resto sarà ansia, quindi insicurezza e incapacità di saltarne fuori, salvo spirito di rivalsa, forza di volontà, costrizioni.

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