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Roma, 20 nov – Nella vita, capita di dover sentire di tutto. Anche che un professore universitario attribuisca le responsabilità dell’olocausto al cristianesimo: ignaro, ma meglio dire ignorante, del fatto che il nazionalsocialismo fu pagano, e dunque in antitesi rispetto ai presupposti e fondamenti storici e culturali del cristianesimo. Nessuna malafede, per il cattedratico ignorante, che di danni credo ne faccia pochi. Ben altre imbecillità, più pelose e queste in pessima fede, circolano all’interno dell’accademia, spesso con la sfacciataggine impunita e codarda del conciliabolo settario. Dico impunita e codarda perché, a differenza di chi sta al riparo dei focolari dei conformismi, Ernst Nolte sfidò apertamente – e con l’inchiostro – le tante imbecillità che non di rado transitano di qua e di là dalle mura d’avorio universitarie, con il conforto di una buona popolarità.



Alzi la mano, ad esempio, chi non ha sentito tirare in ballo Riccardo cuor di Leone, le crociate, la santa Inquisizione, e altri armamentari di un passato molto remoto, in questi anni di massacri religiosi compiuti dall’Islam. Non amo i processi, e neppure gli –ismi, una patologia del retro-pensiero di sinistra, come direbbe probabilmente lo stesso Nolte, che metteva l’ingrediente marxista nel fascismo. Ma, se c’è un imputato, è il progressismo: frutto velenoso di un illuminismo spesso mal digerito, e dal quale sono scaturiti numerosi fanatismi che hanno tenuto l’Europa in uno stato di perenne guerra intestina. Una belligeranza dai molti megafoni, e soprattutto dai molti attori inconsapevoli: il proletariato, il terzo-mondo, l’emancipazione della donna, i diritti civili di minoranze vere o presunte. La lista è lunga, ma possiamo fermarci all’ultima occasione del retro-pensiero bellicista di sinistra: quell’Islam feroce che molti definiscono per l’appunto islamismo. Ed è curioso, si fa per dire, che Ernst Nolte abbia subito, tra le tante etichette infamanti, quella di “giustificazionista”. Un brutto termine, uno dei tanti derivati degli –ismi, che calza molto meglio a chi parla di crociate a proposito di Islam nel XXI secolo. Il tutto soltanto per giustificare una violenza che non vuole combattere.

Ma di un Nolte “giustificazionista” hanno parlato i suoi oppositori più seri; o, per meglio dire, quelli dotati di maggiore pudore. I più gli hanno dato del “negazionista” e del “revisionista”. Nel primo caso, facendo la figura del cattedratico di poche e cattive letture di cui sopra; nel secondo, piegandosi a una delle imbecillità di cui ho detto: quella di ritenere una colpa la continua messa in discussione, e dunque la sua revisione, del passato. Per sminuire Nolte, però, sono stati utilizzati anche metodi più raffinati. Il migliore è quello di confinarne la produzione e il pensiero alla sfera filosofica, che peraltro non si capisce bene perché non possa convivere bene con quella storica. Anzi, se Nolte è uno storico di razza, lo è proprio perché non fu un ragioniere della storia: un raccoglitore di dati al servizio di narrazioni neutre e inservibili. Non fu un neo-positivista, uno statistico tutto scartafacci e note a piè di pagina. Non solo quello: alla ricerca archivistica, accompagnò un sistema di pensiero originale.

Sono piuttosto note le sue tesi principali: la guerra civile europea iniziata col bolscevismo e conclusa con la seconda guerra mondiale; il nazi-fascismo (qui il punto di dissenso con un altro eretico, l’italiano De Felice, che distinse fascismo e nazionalismo) come reazione eccessiva – aggettivo da sottolineare, per gli urlatori del “giustificazionismo” – all’irrompere del bolscevismo; l’anti-americanismo condotto con buona volontà di rompere gli schemi: all’attacco ora della globalizzazione a stelle e strisce, ora dell’Islam. Per molto meno, ma quel molto meno gli garantì fortune editoriali negate a Nolte, Eric Hobsbawm fu allo stesso modo pungolato per il suo Secolo breve. Un testo che riproponeva le tesi del grande inquisito Nolte: un reazionario tedesco che voleva storicizzare i totalitarismi novecenteschi. Toglierli all’attualità per renderli alla storia. All’uomo non interessava la verità con la maiuscola: ricercava e studiava, portando nella sua attività di storico il gusto sapido della sua formazione filosofica.

Ed è per questo che irritò il retro-pensiero della sinistra, che di verità con la maiuscola vuole sempre averne in tasca. Di Habermas, che l’avversò con ferocia, è bene tacere. L’uomo – che peraltro colleziona titoli specialistici e accademici, cattivo indizio della sua caratura di studioso – è al di sopra di sospetti di violenza. Ma fu la sua crociata contro Nolte a far germogliare le azioni di violenza fisica che subì il collega tedesco. È bene tacere, anche perché Habermas è tra gli idoli del Sessantotto: la peggiore, e più scadente, ubriacatura del facinoroso progressismo.

E, se è vero che l’elenco dei molti di cui sarebbe bene non dire nulla, qualche parola la merita Enzo Traverso, studioso pressoché idolatrato nelle università italiane (a questo orizzonte umilmente mi limito), dove hanno spesso la meglio gli “storici del poi senza autocritica”. Trombone del conformismo, dopo aver messo sullo stesso piano Nolte e il razzista ottocentesco de Gobineau, cosa sciocca all’inverosimile, Traverso ha scoperto la “guerra civile europea” nel 2007, a muro berlinese abbattuto da quel dì. E l’ha fatto limitandosi a riflessioni di poco momento sul secolo della violenza per antonomasia, il Novecento (che poi, forse, tanto eccezionalmente violento non fu, se si pensa soltanto alla Guerra dei Trent’anni di tre secoli prima).

Traverso parla di una fabbrica della morte rigorosamente teutonica – quei campi di concentramento spesso ancora confusi con quelli di sterminio – ricorrendo agli stereotipi del tedesco freddo esecutore: mostro di razionalità che arriva a trattare gli uomini come macchinari e ingranaggi. Molti potrebbero essere “infilzati” quanto Traverso; ma, per quanto poco noto al grande pubblico, l’uomo sembra incarnare più ingenuamente di altri le speranze del progressismo, e le sue sconfitte. Ne è un interprete con tanto di grisaglia. È del 2016 un suo libro che suona a morto sin dal titolo, Malinconia di sinistra. Un testo di denuncia di un fallimento che viene attribuito, larvatamente ma non troppo, al popolo. Che non sa mai scegliere, secondo loro.

Diego Pizzorno



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