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Roma, 6 set – “Siamo all’ultimo miglio: sono state 18 ore di trattativa in cui i protagonisti sono stati ovviamente i rappresentanti dei lavoratori in cui si è cercato di raggiungere il miglior risultato possibile nelle peggiori condizioni possibili”. Così il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico Luigi Di Maio al termine del tavolo sull’Ilva, visto – ha aggiunto – che non c’era alcun presupposto per l’annullamento della gara. “Adesso aspettiamo la firma – ha concluso – ma mai dire gatto se non ce l’hai nel sacco”.
Alla fine la trattativa è andata in porto: 10.700 assunzioni contro le 10.300 ipotizzate nella fase iniziale del tavolo al ministero dello Sviluppo economico, iniziato ieri pomeriggio poco dopo le 14 e andato avanti tutta la notte, con il vicepremier Di Maio che ha fatto più volte avanti e indietro per seguire i lavori. L’intesa piace ai sindacati, che hanno chiesto l’ultimo sforzo ad ArcelorMittal: passare da 10.500 a 10.700 assunzioni, tutte subito. In mattinata la firma ufficiale, con l’impegno, fondamentale, della multinazionale dell’acciaio ad assorbire tutti gli esuberi nel 2023, lasciando cadere l’iniziale condizione, immediatamente respinta dai segretari dei sindacati di categoria – Francesca Re David, Fiom-Cgil; Marco Bentivogli, Fim-Cisl; e Rocco Palombella, Uilm – ossia costo del lavoro invariato, attraverso soluzioni come la riduzione dell’orario.
All’apertura della trattativa sul tavolo c’erano, da un lato, 13.522 posti di lavoro da tutelare, gli attuali dipendenti dell’Ilva, dall’altro, 10.300 posti di lavoro offerti (10.100 al 2018 e 200 entro il 2021) da ArcelorMittal. Nel mezzo 3.222 persone da collocare, anche con incentivi all’esodo che, però, al massimo ne potranno soddisfare 2.500, grazie a 250 milioni messi a disposizione dal ministero dello Sviluppo economico, per un incentivo pari a 100mila euro lordi pro capite. Restavano fuori quindi 700 lavoratori. Esuberi per i quali, in realtà, ArcelorMittal – che nel giugno 2017 ha vinto la gara per aggiudicarsi il più grande gruppo siderurgico italiano – si impegnava a formulare “una proposta di assunzione” – qualunque risultasse alla fine il numero dei lavoratori rimasti fuori – “non prima del 23 agosto 2023”, a patto che non avessero già “beneficiato di altre misure o opportunità”, come appunto l’incentivo all’esodo, e non avessero “già ricevuto una proposta di assunzione presso un’affiliata”. Con una condizione che, però, i sindacati avevano respinto: costi di lavoro invariati, attraverso soluzioni come la riduzione dell’orario.
Trattativa ad oltranza, quindi. Fino a che l’azienda non ha ceduto alle richieste dei sindacati.
Chiuso questo capitolo, resta (ancora per poco) aperto quello della gara: domani 7 settembre infatti scade il termine che Di Maio si è dato per decidere se la gara che ha assegnato l’Ilva ad Am Investco (la cordata guidata da ArcelorMittal) possa ritenersi valida o meno. E il vicepremier in questi giorni ha ripetuto più volte che dall’esito del tavolo sarebbe dipesa la procedura di annullamento in autotutela perché, oltre al fatto che quella gara sia illegittima, come sembrerebbe aver evidenziato l’Avvocatura di Stato, deve esserci un interesse pubblico per annullarla. Adesso che dalla trattativa a oltranza sono emerse soluzioni migliori sia per la tutela dell’ambiente che dei posti di lavoro, “l’accordo fa sì che l’interesse pubblico concreto e attuale non si realizzi per l’eliminazione della gara“, spiega il vicepremier (che incassa il primo successo importante da quando è al governo). Il pubblico interesse sarà comunque salvaguardato e i nuovi proprietari dell’Ilva potranno fare il loro ingresso nel gruppo siderurgico, così come previsto dal contratto, il 15 settembre.

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