Bruxelles, 29 giu – Dopo tredici ore di lavoro, i ventotto paesi dell’Unione europea hanno trovato un accordo sul tema dei flussi migratori diretti in Italia e in Europa. Il premier Conte si è detto soddisfatto, e non immaginiamo che avrebbe potuto dire altro. Siamo abituati ai precedenti governi e ai precedenti premier e ministri dell’Interno che, tornando baldanzosi dai meeting coi loro colleghi europei, in realtà avevano barattato maggior flessibilità sui conti pubblici con l’accoglienza di tutti i terzi mondi in fregola di riscatto personale e ricerca di miglior vita. C’è da rimanere all’erta, guardinghi e pronti ad un ribaltamento del tavolo da parte di qualcuno dei nostri vicini. Tentando di arrivare all’osso della questione, e tralasciando il contorno delle chiacchiere, vorremmo evidenziare qualche punto nodale che presenta alcune incoerenze.

La bozza d’intesa prevede con durezza il controllo delle frontiere esterne dell’Europa e il contrasto dei così detti movimenti secondari, ovvero gli spostamenti effettuati dagli immigrati all’interno degli Stati membri una volta salvati e portati su questa sponda del Mediterraneo. Continua la bozza ricordando che dal 2015, anno in cui l’esodo assunse connotati biblici, i flussi sono effettivamente andati diminuendo. Giova ricordare che il numero di immigrati è andato calando anche per l’intervento, avvenuto lo scorso anno, del ministro dell’Interno Marco Minniti, il quale, osteggiato da grossa parte del proprio partito, si recò in Libia accordandosi col governo di al-Sarraj per limitare con le buone o con le cattive gli sbarchi verso l’Italia. Difatti quei buontemponi del centro sociale bolognese Hobo hanno fatto irruzione nella sede de La Repubblica nella giornata di ieri, per rinfacciare ai giornalisti, tra le altre cose, di aver applaudito all’intervento di Minniti a causa del quale migliaia di africani sarebbero detenuti in Libia in condizioni disumane. Dunque il famigerato calo degli arrivi non lo si deve all’intervento di Mamma Europa o ad un miracolo, bensì agli accordi bilaterali che intercorrono tra due governi, in questo caso tra Italia e Libia.


Frontex, la guardia costiere dell’UE, come potrebbe garantire questo controllo a tappeto escludendo un accordo con le autorità libiche che dovrebbero continuare a fermare chi si presenta per imbarcarsi, senza prendere quindi in considerazione l’ipotesi degli hotspot in Libia? Perché anche di questo tratta la bozza dell’accordo che i ventotto paesi hanno concluso la scorsa notte: la creazione dei centri di identificazione nei paesi membri e solo su base volontaria. Mantenendo ben chiaro nelle nostre menti che solo il 7% degli arrivati ha diritto alla protezione internazionale, tale proposta significa che circa il 93% di costoro rimarrebbe nella clandestinità e si troverebbe di fatto sul territorio di alcuni Stati che, non si sa come, avrebbero deciso di accollarsi volontariamente questo compito. E torniamo di conseguenza a quanto detto in precedenza: questo esodo, che a quanto pare è tutto tranne che inarrestabile, non si può affrontare se non spostando l’organizzazione complessiva dei respingimenti e della selezione degli aventi diritto in Libia. Solo in questo caso eviteremmo di riempire il Mediterraneo di cadaveri e, al contempo, riusciremmo a sfilare dalle mani dei trafficanti di esseri umani questo enorme business fattogli recapitare per posta da quelle mezze di tacche dei filantropi buonisti e inconcludenti. In caso contrario, ovvero come emerge dall’incontro dei ventotto, le partenze proseguirebbero e, forse, la marina libica proseguirebbe nella sua lotta unilaterale ai trafficanti.

E le Ong ricoprono un ruolo fondamentale in questo baccanale, poiché sono loro a garantire l’ultimo segmento di questo processo di sradicamento di massa: si dice nella bozza che tutte le navi che opereranno nel Mediterraneo dovranno rispettare la legge e non ostacolare il lavoro della guardia costiera libica. Visto che le Organizzazione non governative hanno in effetti fatto tutto ciò fino ad oggi, in un slancio di coraggio i ventotto avrebbero potuto prevedere la messa al bando di tutte le organizzazioni che non siano diretta emanazione degli Stati membri e della Libia, promettendo, in caso di violazione dell’obbligo di astenersi, il sequestro della nave e l’arresto dell’equipaggio con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Altrimenti è facilmente plausibile che si potrà ripresentare la situazione in cui qualche centinaio di disperati vengono “salvati” da una Ong, la quale li utilizzerà a proprio piacimento decidendo con estrema discrezionalità dove andare a mollarli.

Dicono di voler trasferire 500 milioni di euro al Fondo fiduciario per l’UE in Africa. È la solita formula “aiutiamoli a casa loro”, come se ad imbarcarsi fossero i veri poveri africani: in realtà si tratta del loro ceto medio che, difatti, è in possesso delle somme necessarie per pagarsi l’esodo. Ebbene è utile ricordare da decenni l’Occidente foraggia il continente nero con miliardi di dollari e barcate di viveri e medicinali. Nel 2014 l’Ente petrolifero nazionale nigeriano avrebbe dovuto ricevere 77 miliardi di dollari, arrivando ad incassarne solo 60. Gli aiuti alla cooperazione internazionale hanno toccato, nel 2015, i 135 miliardi di dollari, ma la Banca Mondiale ha dichiarato, parlando della Somalia, che per ogni dieci dollari consegnati alle autorità governative sette andavano disperi chissà dove. In questo gran “magna magna”, un paese come l’Angola ha conosciuto grazie al petrolio una crescita del Pil, tra il 2003 e il 2013, di quasi il 150%. La dispersione di queste montagne di denaro è dovuta alla corruzione che imperversa in quei paesi e che detta la legge per quanto riguarda il rapporto tra poteri e autorità. Le paghette concesse a chi non le merita e a chi soprattutto non sa farle fruttare, finiscono per creare più danni che altro. La condizione del nostro Sud Italia, e gli enormi trasferimenti di ricchezza fatti dalle regioni settentrionali a quelle meridionali, dice tutto.

Insomma, la voce grossa fatta dall’Italia e più che altro dal ministro Salvini, non può in ogni caso rinfrancarci del tutto. La direzione, ad ora, non pare ancora quella giusta. Le persone non devono partire e i paesi non possono finire desertificati.

Lorenzo Zuppini

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