Roma, 3 gen – Un selfie con la distopia. In Svezia l’impianto di microchip sottopelle – contenenti password, numeri Pin, dati delle carte di credito, abbonamenti ai mezzi pubblici, chiavi di accesso a musei o altri edifici – è diventato ormai una sorta di necessità imprescindibile, e da qualche tempo decine di migliaia di cittadini affollano regolarmente i centri che eseguono l’operazione. Ad Epicenter, uno dei più grossi centri di impianto svedesi, il successo di questi micro-dispositivi è stato talmente stellare che vengono organizzati dei party in cui la gente viene “chippata” e ha la possibilità di socializzare, fare nuove conoscenze e – perché no – incontrare l’anima gemella.

E dopo l’operazione può mancare il selfie? Ovviamente no. Se si scandaglia Instagram scegliendo come chiavi di ricerca gli hashtag #chipimplantat #rfidimplant #upgrade #upgradeparty e simili, si dischiude un mondo di svedesi sorridenti con le mani incerottate, ansiosi di “fare parte del futuro”, come molti di loro scrivono. Eccone una carrellata:

Similmente ad altre nuove tecnologie, l’impianto solleva questioni di sicurezza e soprattutto di privacy. I dati contenuti nei chip possono mostrare, se incrociati con i terminali di ricezione degli stessi dati, una serie pressoché infinita di aspetti della vita privata di un individuo: gli acquisti, i luoghi frequentati, la situazione medico-sanitaria. Diversamente dalle tessere magnetiche o dagli smartphone, una persona non può separarsi facilmente dal chip e questo può essere risolutivo in certi casi ma problematico in altri. Ma a giudicare dalle espressioni di soddisfazione ed entusiasmo nessuno degli acquirenti sembra preoccuparsi particolarmente della questione.

Cristina Gauri

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Classe 1977, nata nella città dei Mille e cresciuta ai piedi della Val Brembana, dell’identità orobica ha preso il meglio e il peggio. Ex musicista elettronica, ha passato metà della sua vita a fare cazzate negli ambienti malsani delle sottoculture, vera scuola di vita da cui è uscita con la consapevolezza che guarire dall’egemonia culturale della sinistra, soprattutto in ambito giovanile, è un dovere morale, e non cessa mai di ricordarlo quando scrive. Ha fatto uscire due dischi cacofonici e prima di diventare giornalista pubblicista è stata social media manager in tempi assai «pionieri» per un noto quotidiano sabaudo. Scrive di tutto quello che la fa arrabbiare, compresi i tic e le idiozie della sua stessa area politica.

4 Commenti

  1. Andassero a fare in culo! Questi sono tutti matti, folli, fuori di testa! Siamo oltre ogni limite fantascientifico: neanche Lovecraft o Orwell sono riusciti a concepire un mondo come questo. Per metterlo a me, il loro microchip del cazzo, prima dovranno stendermi… Altro che selfie con sorriso beota stampato sulla faccia da idiota!

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