Roma, 3 giu – A Roma dal 16 al 30 luglio si celebra la festa de noantri (“di noi altri” per i non romani), una Processione antichissima che vede protagonista il quartiere di Trastevere, in cui la Madonna del Carmine sita in Sant’Agata in Trastevere in via della Lungaretta, attraversa il rione nel giubilo popolare per trovare posto a San Crisogono. È una Processione così, solo “per noi”, come l’ultimo singolo lasciato al suo popolo da Richard Benson, Processione appunto, che sembra rappresentare il testamento musicale del metallaro de noantri, il metallaro trash e pecorone la cui fama purtroppo o per fortuna (sua) si è legata a quello dei sui numeri comici più che rock. Che poi tutta sta’ differenza non c’è: cos’è il rock se non un verso?

La Processione di Benson

Richard ci ha lasciato ma in processione con lui c’è una sfilata di personaggi dissolti nei fumi della Roma underground d’inizio millennio. Con questo album, a cui Benson ha lavorato fino a poche ore prima della sua morte, speriamo almeno di sentire quello che sapeva dire con la musica – perché lui in realtà “ce sapeva fa” – oltre ai polli lanciati sul palco, gli insulti rivolti ai fan durante i concerti, le urla grottesche e il corollario trash che costruì il suo personaggio sin dagli esordi. Qualcuno l’ha definita una rivincita, un riscatto, “un debito di riconoscenza da estinguere con la musica”. Domani, data di uscita del singolo che anticipa l’album, sapremo con certezza che i brani che sentiremo saranno un ritorno alle sonorità nobili della musica rock, quelle dei virtuosismi con la chitarra, quelle delle influenze progressive che dal Banco del Mutuo Soccorso fino ai Van der Graaf generator costituirono l’humus che negli anni ’70 aveva dato vita al mitico Festival Pop di Villa Pamphili, nel quale Benson – tra gli altri – si fece un nome di tutto rispetto.

Parlano i produttori

Un album nato quasi per caso, come nella migliore tradizione rock, quello che hanno raccontato i produttori Francesco James Dini e Marco Torri, che hanno conosciuto Benson per caso, come successo a molti, attraverso i social. “A inizio febbraio del 2022 ci siamo imbattuti in un video nel quale eseguiva un brano accompagnandosi con la chitarra acustica. La canzone, pur essendo registrata in bassa qualità, ci aveva colpito, sia per l’enorme potenziale, sia per il giro armonico che per il testo. Ci siamo detti: ti immagini questo pezzo prodotto come si deve? Sarebbe una bomba. E come una sfida ci siamo risposti: chiamiamolo e facciamolo”. E così è nato un sodalizio, tra le sale di registrazione e quelle dell’ospedale dove Richard è stato più volte ricoverato prima della morte, dove seppur stanco è riuscito in un altro miracolo rock: quello di far scrivere alcuni testi dell’album all’operatrice sanitaria che lo aveva in carico, Cinzia Colibazzi, che non si era mai approcciata al mondo della musica.

Fa tremare le pareti

Raccontano ancora i due produttori: “Il primo incontro è avvenuto nello studio mobile di Roma, creato grazie all’aiuto di Emanuele Spreafico, ed è stato qualcosa di surreale, perché è impossibile dire se fosse più forte la nostra emozione o la sua. Di sicuro noi siamo rimasti colpiti dall’energia vocale sprigionata da Richard, che al primo take ha fatto letteralmente tremare le pareti della stanza”. Insomma, un finale in grande stile per Richard Benson, che attraverso i due produttori è riuscito finalmente, poco prima dell’ora fatale, a “ripulire” la sua immagine: non perché prima non ci piacesse, ma perché nessuno lo aveva mai veramente preso sul serio, nonostante il mostruoso talento. Un piccolo omaggio al mondo della musica che speriamo posso essere portato in festa nei rioni di Roma, quelli che l’artista batteva sin dai primi tempi, quando – come ha ricordato Carlo Verdone nelle sue parole d’addio al romano d’adozione – “si inventavano modi di dire, si creavano incredibili look, si sdoganava il proibito”. Una Roma sparita nelle boutique del centro e nel culto della periferia come qualcosa da proteggere e tutelare. Come ricorda sempre l’attore e comico romano, ai tempi di Richard Benson “era sempre la periferia ad inventare. Perché la borghesia non ha mai inventato nulla”. Ora però basta con gli elogi, pensiamo a cosa lanciargli da quaggiù, mentre se la ride ancora e ci insulta con tutto il cuore.

Sergio Filacchioni

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