Roma, 4 nov – Domani alla Camera è in calendario l’attesa informativa del premier Giuseppe Conte sul presunto conflitto di interessi denunciato dal quotidiano britannico Financial Times. Il presidente del Consiglio riferirà in Aula dopo la richiesta di Fratelli D’Italia di chiarire la sua posizione sulla vicenda Fiber 4.0, risalente al maggio del 2018. Come è noto, la vicenda nasce da una indagine su un fondo di investimenti sostenuto dal Vaticano al centro di una indagine su una caso di corruzione finanziaria e si allarga fino ad arrivare al tentativo di scalata ad una società leader del settore delle telecomunicazioni.

La scalata a Retelit

Il fondo Fiber 4.0, il cui maggiore azionista era il finanziere Raffaele Mincione, nell’aprile del 2018, partendo da una quota del 9% delle azioni, ha cercato di scalare la società Retelit, tra le aziende leader nelle telecomunicazioni in Italia, che gestisce circa 12.500 km di cavi in fibra ottica. Dal 2016 è diventata un segmento della Star, che si occupa della progettazione e gestione del nuovo 5G. La Fiber, che ha cercato di collocare Mincione alla presidenza del Cda di Retelit, è stata sconfitta alle votazioni da una cordata formata dal gruppo statale libico delle telecomunicazioni e dalla Shareholder Value, un fondo tedesco.

Entra il gioco il “Golden power”

Ebbene, secondo il Financial Times, la Fiber avrebbe cercato di invalidare il risultato della votazione con un intervento legale che avrebbe però necessitato di un provvedimento del governo, il cosiddetto “Golden power“, ossia il potere dello Stato di proteggere una qualsiasi società operante in un settore strategico per l’interesse nazionale, in questo caso le telecomunicazioni. Per fare questo si affidò, per un parere legale, a Giuseppe Conte, allora avvocato e docente di diritto presso l’Università di Firenze. Conte però, nel giro di poche settimane – e qui scatta il presunto conflitto di interessi – sarebbe diventato il presidente di quel Consiglio dei ministri che avrebbe dovuto decidere delle sorti della Fiber.

Scatta l’indagine vaticana

Il quotidiano britannico ha quindi scoperto che Mincione è gestore del fondo di investimenti Athena Global Opportunities, il cui unico investitore era la Segreteria di Stato Vaticana. L’ente dello Stato Pontificio rilevò, con 200 milioni di euro, il fondo Athena. Soldi che Mincione avrebbe investito in un palazzo di lusso nel centro di Londra e per investimenti mobiliari di tre società quotate in Borsa: Banca Carige, Tas e Retelit. Come confermato dallo stesso Mincione al Corriere della Sera, il Vaticano è stato dunque proprietario di queste azioni sino al novembre del 2018, quando nella divisione degli utili, il palazzo londinese andò allo Stato Pontificio mentre Mincione tentò, con il resto dei soldi a disposizione, la scalata proprio della Retelit. La scorsa estate è partita una indagine vaticana a seguito delle denunce presentate dall’Istituto per le Opere di Religione e dall’ufficio del revisore generale, riguardati investimenti ed operazioni finanziarie sospette. Nel mirino c’erano proprio il fondo Athena e tutte le operazioni di Mincione.

La lettera di difesa del premier Conte

In una lettera inviata come risposta allo stesso quotidiano britannico, il premier Conte si difende dalle accuse: “Le mie azioni sono state giudicate totalmente appropriate e alla luce del sole dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato, responsabile per le indagini sui conflitti di interesse in Italia. Il 23 gennaio 2019, infatti, l’Autorità ha escluso l’esistenza di un tale conflitto, alla luce dei chiarimenti forniti e dei documenti ricevuti”. Conte cerca poi di far luce sui rapporti intercorsi tra lui, al tempo non ancora premier e la società Fiber 4.0: “All’inizio di maggio 2018, prima di entrare in carica come primo ministro, quando lavoravo ancora come avvocato, sono stato assunto professionalmente da una società chiamata Fiber per fornire un parere legale pro-veritate sul possibile utilizzo da parte del governo italiano dei suoi poteri di Golden power su Retelit. Devo sottolineare che questo è stato l’unico contatto professionale che io abbia mai avuto con Fiber 4.0“. Conte ha inoltre ribadito la sua assenza alla riunione del Consiglio dei ministri, che il 7 giugno, decise di applicare il cosiddetto “Golden power”. A proposito di Mincione, Conte spiega: “Ho preparato un mio parere e fornito consulenza legale sul tema in questione, basandomi esclusivamente su documenti che mi sono stati inviati e senza mai incontrarmi o interagire con i direttori o gli azionisti della società. Di conseguenza, ero del tutto inconsapevole del fatto, e in effetti non era necessario saperlo, che Raffaele Mincione fosse tra gli investitori, o che fosse coinvolto un fondo di investimento sostenuto dal Vaticano, come ipotizzato nell’articolo”.

Le incongruenze nella versione di Conte

Tuttavia, come riportato dal Giornale, nella lettera del premier ci sono alcune incongruenze di rilievo. Mincione chiede di valutare l’applicazione del “Golden power” all’allora governo Gentiloni il 20 aprile 2018, ma Conte, in veste di avvocato incaricato, fornisce il suo parere legale il 14 maggio, quando era già nota a tutti la partecipazione dello stesso all’esecutivo Lega-M5S, in veste di ministro (in lizza per più incarichi) proposto dai 5 Stelle. In merito poi al Consiglio dei ministri che decise le sorti della Fiber, il successivo 7 giugno, è confermata l’assenza di Conte ma come confermerebbe il decreto del presidente del Consiglio, la decisione sarebbe stata presa prima di quella riunione e con l’avallo dell’allora ministro dello Sviluppo Economico, Luigi di Maio. Ultimo aspetto di rilievo e non a caso tra gli elementi alla base del ricorso della Retelit contro il provvedimento adottato dal governo gialloverde, la firma del parere dell’Agcom, citata dallo stesso Conte. Ebbene, la firma non è stata apposta dal presidente o dai commissari in forma collegiale, ma dal segretario Riccardo Capecchi, circostanza definita “anomala” dai legali della società.

Insomma, c’è grande attesa per l’informativa del premier (e forse grande apprensione per i giallofucsia, visto il pressing dell’opposizione). Se la versione di Conte non dovesse essere convincente, sarà l’ennesima tegola su una maggioranza già alle prese con le divisioni interne sulla manovra e la paura, quella condivisa, del voto in Emilia Romagna.

Ludovica Colli

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