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inps-stranieri-pensioniRoma, 1 ott – In questo periodo l’Inps è sempre al centro delle cronache, anche se stavolta l’Istituto nazionale di previdenza sociale non fa parlare di sé per qualche esternazione del suo presidente Tito Boeri. A questo giro il casus belli riguarda il trattamento pensionistico dei lavoratori extracomunitari. A sollevare il caso è Francesco Borgonovo sul quotidiano La Verità, diretto da Maurizio Belpietro. Borgonovo denuncia il trattamento di favore riservato ai salariati stranieri: “L’extracomunitario che, dopo il primo gennaio 1996, ha versato contributi all’Inps, se torna in patria ha diritto alla pensione, anche se non ha raggiunto il minimo di versamenti previsti dalla normativa vigente”.

Incredibile ma vero. Un italiano per avere diritto alla pensione di vecchiaia deve avere versato nelle casse dell’Inps almeno venti anni di contributi. Il migrante, invece può ricevere lo stesso trattamento, anche se non ha maturato gli stessi requisiti. Non si capisce perché il nostro stato sociale continua ad essere così esterofilo. L’unica certezza è che la denuncia di Borgonovo non si basa su una maliziosa interpretazione di qualche circolare ministeriale. Al contrario, basta andare sul portale dell’Istituto nazionale di previdenza sociale, per dimostrare quanto scritto dal giornalista del quotidiano diretto da Belpietro. Infatti, alla voce “Trattamenti pensionistici ai lavoratori extracomunitari rimpatriati” si può leggere, quanto segue: “Si devono distinguere due casi, a seconda che la pensione venga calcolata con il sistema contributivo o retributivo. Nel primo caso, i lavoratori extracomunitari assunti dopo il primo gennaio 1996, possono percepire, in caso di rimpatrio, la pensione di vecchiaia (calcolata col sistema contributivo) al compimento del sessantaseiesimo anno di età e anche se non sono maturati i previsti requisiti (dunque, anche se hanno meno di venti anni di contribuzione). Nel secondo caso, i lavoratori extracomunitari assunti prima del 1996 possono percepire, in caso di rimpatrio, la pensione di vecchiaia (calcolata con il sistema retributivo o misto) solo al compimento del sessantaseiesimo anno di età sia per gli uomini che per le donne e con venti anni di contribuzione”. Come si vede, c’è una discriminazione gravissima nei confronti di chi ha la sola colpa di essere italiano. Una disparità di trattamento che non si riesce neanche a circoscrivere. Perché non si capisce quale sia il minimo di contributi che il lavoratore allogeno deve versare per percepire l’assegno pensionistico. Questo contraddice anche la normativa dello stesso ente pubblico che definisce la pensione di vecchiaia “come una prestazione economica costituita dal versamento mensile di una somma di denaro da parte dell’Inps in favore di un lavoratore che abbia raggiunto una determinata età e che abbia versato un certo numero di contributi”.

Veniamo ora alle responsabilità. Stavolta non c’entra la Boldrini. Il responsabile va cercato nel centro destra. Diciamo che è stata una colossale svista del duo Fini-Bossi. Infatti, la legge 189/2002 (la legge Bossi-Fini, appunto) prevede che al lavoratore extracomunitario che rientra nel sistema contributivo puro (quello attualmente in vigore) venga pagata la pensione di vecchiaia anche se l’interessato non ha raggiunto il minimo dei versamenti previsto dalla normativa vigente. Se ancora ce ne fosse bisogno ecco un altro esempio del dilettantismo politico del governo di centro destra. Anche se è bene ricordare, come fa il quotidiano La Verità, che: “La legge 189/2002 ha posto fine a una incredibile facoltà riconosciuta agli extracomunitari dalla legge 335/1995 (legge Dini), in base alla quale chi rientrava in patria senza avere raggiunto il diritto a pensione poteva chiedere la restituzione dei contributi pagati, compresa la quota a carico dell’azienda”. Da notare la generosità di Lamberto Dini nei confronti dei migranti, che conferma la predisposizione benevola della grande finanza nei confronti del fenomeno migratorio.

In conclusione, dunque, viene sfatato il mito del migrante che, come Atlante, si fa carico della tenuta del nostro sistema previdenziale. L’immigrato che decide di rientrare in patria, insomma, non perde i contributi versati. Pertanto, nelle casse dell’ Inps non c’è alcun tesoretto lasciato dai lavoratori stranieri.

Recupero Salvatore

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6 Commenti

  1. è una balla dai.
    e’ una balla perchè viceversa un italiano che si trasferisce all’estero poniamo a 50 anni dopo 28 di contributi potrebbe chiedere che gli venga fatto pari trattamento con l’extracomunitario.
    io non ci credo, stiam parlando del quotidiano di belpietro non so se mi spiego.

  2. Caro signor belpiciu. Grazie per aver letto e commentato l’articolo. Lei quando parla di una balla a cosa si riferisce? Il sito dell’Inps su questo tema parla chiaro http://www.pensionioggi.it/notizie/previdenza/pensioni-cosi-le-regole-per-la-pensione-degli-extracomunitari-che-rimpatriano-443222
    Poi magari lei a quello che è scritto può dare una diversa interpretazione. Ma questo è un altro discorso. Cordialità
    Salvatore Recupero

  3. Il dilettantismo politico è nulla rispetto al dilettantismo giornalistico condito di malafede. Per avere diritto alla pensione totalmente contributiva non basta raggiungere una certa età e avere 5 o 20 anni di contributi. Bisogna anche maturare il diritto ad una pensione pari almeno a 1,5 volte l’assegno sociale, ques’anno tale importo è pari a 672 euro. Per maturare tale importo con 5 anni di contributi ci vuole un reddito superiore a quello di un dirigente. Con 20 anni di contributi ci vuole un reddito almeno pari a 25.000 euro all’anno per tutti i 20 anni. Se parliamo di extracomunitari può darsi che qualche calciatore ce la faccia, ma un operaio mi pare piuttosto difficile, o mi sbaglio? La legge citata quindi è del tutto teorica e Bossi e Fini lo sapevano benissimo quando hanno scritto quella norma.

  4. In realtà si tratta di una mossa che non fa lasciare all’INPS dei contributi maturati e che incoraggia i rientri nei paesi.

  5. Dunque Giann è evidente che il sito dell’INPS è fatto male e crea confusione. Non è certo la prima volta. Ma gli utenti, in questo caso giornalisti, hanno poche colpe.

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