Roma, 24 set – Non avrà il ritmo della Premier, non avrà i campioni della Liga ma il comunque appassionante campionato di Serie A trova sempre il modo per far parlare di sé. Due bianconerazzurre che volano: la capolista Atalanta e l’Udinese, terza forza del campionato. Inter e Juve sono invece entrate in una rotta di collisione che ha portato entrambe a scontrarsi con la dura realtà dei fatti. Le eterne rivali del pallone italiano vivono una crisi totale. Crollo verticale in cui, dall’identità di gioco alle prestazioni dei singoli, tutto è venuto a mancare. Rispecchiando le debolezze delle proprie società.

Inzaghi e Allegri: che il (prevedibile) processo abbia inizio

Come ampiamente prevedibile, la pubblica opinione – addetti ai lavori, tifosi – ha messo sul banco degli imputati i capri espiatori più comodi. Vale a dire Inzaghi e Allegri. I quali, comunque, non sono esenti da colpe. Al di là di ogni analisi tecnica, in questo primo spezzone di stagione sono sembrati prigionieri delle sicurezze maturate in passato. Il piacentino, decisamente più giochista, impantanato nelle sabbie mobili di trame ormai prevedibili. Per Max si sono palesati tutti i limiti di un pragmatismo (“il bel gioco è un concetto astratto”) che da punto di forza si è trasformato in qualcosa d’incapacitante.

L’involuzione dei giocatori

Come si suol dire poi “in campo ci vanno i giocatori”. E le nove partite ufficiali finora disputate ci restituiscono calciatori in netta fase calante – Handanovic, De Vrij – evidentemente distratti dalle continue sirene di mercato (Skriniar) o indisponenti come l’ultimo Brozovic. Per quanto riguarda la Vecchia Signora, i soli infortuni non bastano a spiegare l’avvio negativo. Se i nuovi Paredes, Kostic e Di Maria deludono, i “vecchi” (Vlahovic su tutti) sono in fase di involuzione.

Per evitare che fastidiosi dolori possano diventare mali cronici, i problemi andrebbero curati alla radice. Come organismi estremamente complessi, le vicende delle società professionistiche non si limitano al solo campo. E per la loro portata popolare e territoriale le squadre di calcio non sono semplici aziende da rendere competitive e sostenibili.

Agnelli e Zhang: le mancanze delle due proprietà

Sul terreno di gioco Inter e Juve sembrano infatti essere zavorrate dalle mancanze delle rispettive dirigenze. Finché Zhang ha investito, all’interno del rettangolo verde i nerazzurri (dalla gestione Spalletti in avanti per intenderci) sono costantemente cresciuti. Ma dopo un biennio in cui la multinazionale cinese ha chiuso il portafoglio, i ripetuti miracoli di Marotta evidentemente non bastano più. Data l’essenza propria del pallone, quando insorgono i problemi non si possono risolvere a novemila chilometri di distanza.

Passiamo ai bianconeri, famosi per blocchi dirigenziali che si atteggiavano verso l’esterno con inconfondibile condotta. Amministratori (guarda caso) di grandi Juventus – quelle di Lippi, Capello ma anche la versione “contiana” o la prima di Allegri. Vincenti con disciplina, abnegazione e umiltà: anche questo rientrava nello stile-Juve. Il video, seppur datato, di un Nedved in preda ai fumi dell’alcool non sarebbe mai circolato. Proprio perché certi errori, semplicemente, non sarebbero stati ammessi. Oggi per un Arrivabene che inciampa su ambigue battute – “lo paghi tu l’altro che viene?” riferendosi a un possibile esonero dell’attuale allenatore – abbiamo un Di Maria espulso per un’arrogante gomitata che sa tanto di “lesa maestà”.

La Cina è lontana, anche calcisticamente. Un mondo sportivo che è altro dal nostro. Di questo microcosmo che è il pallone italiano fa parte al contrario quella precisa identità che a Torino sembrano aver dimenticato. Il risultato? Due crisi tanto diverse quanto uguali: in entrambi i casi i frutti non stanno cadendo così lontano dall’albero.

Marco Battistini

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