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Roma, 5 ago – Senza alcun dubbio, tra le grandi Nazioni europee l’Italia possiede l’identità nazionale più marcata e antica. Non si intende in questa sede affrontare la questione dell’origine storica dell’idea di nazione; la tesi secondo cui essa sarebbe una costruzione artificiale originatasi nella cultura borghese e poi romantica dei secoli XVIII e XIX è stata confutata dall’americano Walker Connor e dal britannico Anthony Smith, per i quali invece la realtà delle Nazioni costituisce una costante storica sin dall’antichità. In questo senso si può affermare che l’Italia, come Nazione unitaria, si è formata in un’epoca compresa tra la Coniuratio Italiae (32 a.C.) e la riforma politico-amministrativa della penisola a opera di Augusto (7 d.C.), cioè in un periodo storico in cui di tutte le altre Nazioni europee mancava persino il substrato etnico e culturale. Le basi di una comune nazionalità romano-italica erano state gettate alcuni decenni prima, con la Guerra Sociale (91-88 a.C.) durante la quale gli Italici avevano manifestato – seppure in opposizione a Roma – una comune coscienza nazionale, costituendosi in Lega Italica, e con la conseguente concessione della cittadinanza romana agli stessi Italici. Tale affermazione può essere armonizzata con la tesi di Gioacchino Volpe, secondo cui la Nazione italiana nasce nel Basso Medioevo, distinguendo ulteriormente una fase romano-italica (da Augusto al 476 d.C.) e una fase propriamente italiana (dal Basso Medioevo ai giorni nostri) della storia della nostra Nazione, legate tra di loro dalla fase di transizione alto-medievale. Del resto non vale la pena, in questa sede, di richiamare la vasta mole di dati archeologici, storici, linguistici, culturali e politici che possono confermare la formazione dell’idea d’Italia, come unitaria realtà geopolitica, linguistica e culturale, nell’antichità classica, nonché la continuità di tale idea – nell’accezione prevalente di Kulturnation propria della dottrina filologica tedesca, ma non solo, considerata l’importanza politico-istituzionale del concetto di Regnum Italiae nel periodo in questione – durante il periodo tra la fine dello Stato romano (476) e la nascita dello Stato unitario (1861). Tale continuità è evidente soprattutto dal punto di vista culturale, metapolitico e anche, come si vedrà in seguito, esoterico.
Secondo il Mito, sul sacro colle del Palatino Giano, Dio degli inizi e iniziatore per eccellenza, rappresentato con la tradizionale iconografia dei due volti visibili simboleggianti il passato e il futuro, ma la cui essenza soprattutto è il volto invisibile e centrale, simboleggiante l’eterno presente, accolse Saturno fuggitivo in quell’Italia che per questo fu detta Saturnia Tellus. La discendenza saturnia si trasmise attraverso Pico, Fauno e Latino e si innestò nella gente troiana di Enea – la cui origine remota era dardanica e pertanto italica – da cui prese origine la dinastia di Alba Longa. Da questa progenie originò Romolo il fondatore, che fondò l’Urbe con il concorso delle tre tribù dei latini Ramnes, degli etruschi Luceres e dei sabini Tities, prefigurazione del destino manifesto di Roma, l’unificazione delle genti italiche e la sua missione di Imperium sine fine.
I caratteri originari della civiltà proto-italica possono essere fatti risalire al secondo millennio a.C., anche se già nel II millennio a.C. la penisola era stata interessata dalle ondate indo-europee della Cultura di Remedello e della Cultura del vaso campaniforme.  I nostri più antichi progenitori di cultura italica erano indoeuropei provenienti dall’Europa centrale, penetrati in Italia in due grandi ondate successive e mescolatisi con le popolazioni mediterranee preesistenti (Liguri – peraltro già in buona parte celtizzati – Euganei, Sicani, Piceni, etc.). La prima ondata indo-europea, risalente alla prima metà del del secondo millennio a.C., fu quella della Cultura delle Terramare, da cui si originarono le tribù Latini, dei Veneti, dei Camuni e dei Siculi. La seconda ondata indo-europa, nei secoli immediatamente precedenti il 1000 a.C., fu quella dei Villanoviani, che si stanziarono in alcune zone dell’Italia centro-settentrionale e contribuirono alla nascita della civiltà etrusca, e degli antenati di molte popolazioni centro-meridionali come gli Umbri, i Sabini, i Marsi, i Picenti, i Sanniti, i Lucani e i Bruzi. Fenomeno intermedio tra mondo celtico e italico fu la Cultura di Golasecca, che interessò le Alpi e l’area transpadana nella prima metà del primo millennio a.C..
È altresì solidamente attestato un afflusso in Italia di popolazioni indoeuropee provenienti dall’Anatolia. Il mito tramanda le migrazioni dei Tirreni dalla Lidia, dei Troiani di Enea nel Lazio e dell’eroe troiano Antenore in Veneto, dove fondò Padova.  In particolare il grande linguista bulgaro Vladimir Ivanov Georgiev, membro tra l’altro dell’Accademia delle Scienze di Mosca, in opere come Introduzione allo studio delle lingue indoeuropee (1966) e La lingua e l’origine degli etruschi (1979) mise in relazione l’etrusco con l’ittita, confermando l’origine indoeuropea anatolica dell’idioma tirrenico, la sua parentela con la lingua di Lemno e la stretta connessione intercorrente tra la realtà storica e il mito dell’emigrazione troiana verso le coste del Lazio e tirrenica dalla Lidia, che adombrerebbero un flusso migratorio dall’Anatolia all’Italia alla fine del II millennio a.C.. Infine, le ricerche del prof. Massimo Pittau dell’Università di Sassari hanno dimostrato che la lingua proto-sarda è ascrivibile all’indoeuropeo anatolico ed è strettamente imparentata con l’etrusco. I c.d. Shardana erano – al pari dei Shekelesh e dei Tursha (probabilmente gli etimi degli etnonimi dei Siculi e degli Etruschi), indoeuropei appartenenti ai c.d. Popoli del mare che aggredirono l’Egitto nel XIV sec. a.C. e di cui vi è ampia traccia nelle fonti egizie.
Roma – la cui religiosità e il cui Mos maiorum sono, come ha sottolineato Georges Dumézil, schiettamente indo-europei di tipo italico – fu anche erede e continuatrice della Tradizione filosofica e iniziatica di Pitagora. Per quanto sorta nell’ellenica Kroton, la scuola pitagorica risultava strettamente connessa con la Tradizione etrusco-tirrenica. Al mondo etrusco era strettamente imparentata anche la civiltà sardo-nuragica, la cui matrice fortemente esoterico-iniziatica è evidente. La consacrazione augustea del Tempio del Sardus Pater ad Antas chiudeva così un cerchio tra l’Urbe e l’Isola nuragica, riannodando due tradizioni condividenti un’origine comune. L’origine etrusco-tirrenica di Pitagora è attestata da vari autori greci (Neante di Cizico, Aristosseno, Aristarco, Teopompo), mentre Giamblico riporta che molti Etruschi furono tra i primi discepoli di Pitagora. Secondo Plutarco, «Pitagora fu un etrusco; non per parte di padre, come taluni intendono, ma per essere egli nato, cresciuto ed educato in Etruria». Questo legame ancestrale tra Roma e Tradizione pitagorica è ben ricordato da Arturo Reghini, secondo cui «il Pentalfa ed il Fascio Littorio (tra i quali passa più di un legame) sono i soli importanti simboli spirituali veramente occidentali. Il resto, buono o cattivo che sia, vien dall’Oriente». Il Vate Virgilio, che più di tutti comprese e cantò il significato ultimo della Tradizione di Roma, era anch’egli discendente di una schiatta etrusca di Mantova. La sua Eneide a legittimo titolo è stata definita Libro sacro degli Italici.
La presenza celtica nella pianura padana, fatta eccezione per la tribù dei Leponzi riconducibile alla Cultura di Golasecca, risale al V sec. a.C. ma non riveste importanza maggiore di quella delle popolazioni Liguri del nord-ovest e di quelle Venete (Civiltà atestina) del nord-est. Una forte presenza etrusca è attestata in buona parte della pianura padana, dove fiorì una dodecapoli etrusca padana di dodici città, tra le quali Mantova era la più importante, e fino al cuore delle Alpi con la civiltà reto-etrusca. In ogni caso, la romanizzazione della cosiddetta Gallia cisalpina produsse come esito finale una civiltà gallo-romana perfettamente inserita nella Res Publica. Fu proprio Cesare a conferire la cittadinanza romana agli abitanti della Gallia Cisalpina, di cui erano originari alcuni celebri Romani antichi come Plinio di Como, Virgilio di Mantova, Catullo di Sirmione e Tito Livio di Padova. Per mezzo della lingua, delle colonie, delle leggi, dell’amministrazione e della coscrizione militare, Roma fuse tutte le popolazioni italiche del nord, del centro e del sud in un blocco etnico, linguistico, culturale. Scipione, nel discorso alle truppe prima della battaglia di Zama (202 a.C.), poteva esortare i suoi soldati ricordandogli che era per l’Italia (e non solo per Roma) che andavano a combattere.
Tra le discipline tradizionali dell’Antichità, la geografia sacra considerava l’Italia un’unità sacrale denominata Saturnia Tellus. Augusto, avendo chiamato a raccolta le sue schiere italiche contro l’orientalizzante Antonio e contro l’egiziana Cleopatra, ricevette dai nostri progenitori la Coniuratio Italiae («Tota Italia iuravit in mea verba»). Dopo la vittoria finale, Augusto rese l’Italia un’entità politica distinta dalle province, legata all’Urbe e governata direttamente dal Senato, divisa in undici regioni molto simili a quelle attuali e dotata di un diritto proprio: lo Ius italicum. Grande cantore dell’unità sacrale, politica e nazionale dell’Italia augustea fu Publio Virgilio Marone di Mantova, autore dell’Eneide e delle Georgiche, le quali nel libro II contengono l’importante Laus Italiae.
Alla fine del III sec. d.C. Diocleziano istituì, nel quadro della sua riorganizzazione imperiale, la Diocesis Italiciana, con la quale Sicilia, Sardegna e Corsica furono politicamente e amministrativamente unite alla penisola, concludendo così un plurisecolare percorso di romanizzazione e italicizzazione.
Carlo Altoviti

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4 Commenti

  1. Un altro elemento che ha certamente contribuito alla nascita della Nazione italiana fu l’adozione del fiorentino, ovvero l’italiano, come lingua codificata in tutti gli Stati e staterelli italiani nel XIII secolo. L’unificazione politica della penisola, avvenuta sicuramente troppo tardi, era una naturale conseguenza.
    Altro che gli “italiani non esistono”, come recitava il titolo di un libro scritto da un noto giornalista sinistroide radicalchic.

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