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Seconda parte della nostra indagine sull’identità nazionale italiana. QUI la prima parte.
Roma, 12 ago – Sotto l’erulo Odoacre (476-493), sotto il regno ostrogoto fondato da Teodorico (493-553) e durante la lunga dominazione longobarda (569-774 d.C.), l’Italia costituì sempre un Regno unitario, ancorchè amputato, in età longobarda, dei vasti possedimenti rimasti sotto Bisanzio. Gli invasori longobardi finirono per adottare la lingua italica, ebbero sovrani che si fregiavano del titolo di Rex totius Italiae e ammettendo gli Italici nell’esercito e ai matrimoni misti, alla vigilia della conquista carolingia finirono per fondersi con questi ultimi. Il regno longobardo, conquistato da Carlo Magno, entrò a far parte come Regno d’Italia del Sacro Romano Impero. Con la crisi dell’Impero carolingio, il Regno d’Italia fu assegnato a Lotario I e da questi a Ludovico II, incoronato Re d’Italia nell’844. Questo Regno comprendeva grosso modo la cosiddetta Longobardia Maior (odierna Italia centro-settentrionale), più il Ducato di Spoleto e alcune terre di confine con la Longobardia Minor dell’Italia meridionale.
La feudalità italica, di origine prevalentemente longobarda o franca, ma ormai del tutto assimilata per lingua e cultura alla massa romano-italica del popolo, cominciò presto a manifestare un’embrionale coscienza politica nazionale. Essa elesse vari Re d’Italia, che perseguirono con coraggio e decisione l’obiettivo di un Regno d’Italia indipendente, seppure all’interno della cornice istituzionale del Sacro Romano Impero la cui corona peraltro fu spesso cumulata con quella d’Italia. Il primo grande Re d’Italia fu Berengario I del Friuli, che cinse la Corona Ferrea dei sovrani d’Italia dall’888 al 924 e quella di Imperatore del Sacro Romano Impero dal 915 al 924. Nel poema epico a lui dedicato, Gesta Berengarii Imperatoris, Berengario era connotato come eroe dell’indipendenza nazionale, heros italicus, contrapposto al contendente Guido di Spoleto, che in quanto di origine franca veniva appellato tyrannicus gallicus. Con Berengario II d’Ivrea, Re d’Italia dal 950 al 961, per la prima volta un capo politico italiano si scontrò con un Imperatore tedesco, Ottone I di Sassonia, che ebbe  la meglio. Il controverso tema della Translatio Imperii ad Germanos, che da Carlo Magno in poi assunse il connotato sostanziale di un’usurpazione, si ripropose dopo circa quarant’anni con lo scontro tra Arduino d’Ivrea, eletto Re d’Italia dai feudatari italiani nel 1002, ed Enrico II di Sassonia, che dovette scendere in Italia nel 1004 e nel 1014, quando sconfisse definitivamente Arduino che si ritirò nell’abbazia di Fruttuaria. Da allora in poi il titolo di Re d’Italia perse ogni importanza politica effettiva, ma venne conservato come titolo spettante agli imperatori del Sacro Romano Impero,  che fino alla dissoluzione di questo nel 1806 vennero incoronati con la famosa Corona Ferrea che ancor oggi è custodita a Monza.
Soprattutto dopo l’anno Mille, la Nazione assunse sempre più i tratti che ancor oggi la contraddistinguono, tanto è vero che, come già ricordato, lo storico Gioacchino Volpe collocò la sua nascita proprio nei primi secoli del Basso Medioevo. Le sue energie esuberanti si sfogavano nell’espansione mediterranea delle Repubbliche Marinare di Amalfi, Pisa, Genova e Venezia: quest’ultima, affacciatasi sull’Adriatico orientale con il Doge Pietro Orseolo, Dux Dalmatiae et Histriae, avrebbe rinverdito le glorie di Roma facendo nuovamente del Mediterraneo un Mare Nostrum italico e inserendo l’ininterrotta latinità istriana e dalmata nella lingua e nella civiltà italiane. I Comuni italiani, schietti eredi della tradizione romana nella cultura, nel Diritto e fino nel nome dei magistrati civici, denominati Consoli, espressero grande vitalità in campo economico, politico-militare (Lega Lombarda) e culturale, preparando il terreno alla fioritura delle Signorie e dell’Umanesimo. In Sardegna i quattro Giudicati di Cagliari, Arborea, Torres e Gallura, schietti eredi della tradizione romana e bizantina, strinsero forti legami commerciali, culturali e politici con Genova e Pisa. Cagliari e la Gallura furono anche annesse da Pisa, prima che l’Isola venisse conquistata dall’Aragona tra il 1324 e il 1409.
Più ombre che luci ebbe la figura dell’Imperatore Federico Barbarossa, che nel 1155 prese le parti del Papa contro il Senato romano e Arnaldo da Brescia, che pure a lui si erano rivolti per restaurare la sovranità imperiale sull’Urbe. Il Barbarossa scontò con la sconfitta di Legnano a opera dei comuni lombardi (1176) l’incoerenza della sua linea politica. Con Federico II di Svevia, tedesco per parte di padre e siculo-normanno per parte di madre, ma italianissimo per nascita, lingua e cultura, Re d’Italia e Imperatore del Sacro Romano Impero dal 1215, al 1250, l’idea imperiale ghibellina assunse un carattere schiettamente romano-italico e italo-centrico, affrancandosi da qualsivoglia sudditanza nei confronti dell’elemento transalpino. Come ricordò il suo più grande biografo, l’ebreo tedesco Ernst Kantorowicz, l’obiettivo preseguito per tutta la sua vita fu «Roma capitale di un regno pan-italico e il regno pan-italico al centro dell’impero romano».
Come Virgilio fu il Vate di Augusto, così l’iniziato Dante Alighieri, Fedele d’Amore, fu il Vate di Federico II di cui cantò l’ideale ghibellino nella Divina Commedia, nel De Monarchia e nel De Vulgari Eloquentia. Proprio riferendosi al pensiero di Dante Alighieri, Renè Guénon ricordò che «senza dubbio alcuno, da Pitagora a Virgilio e da Virgilio a Dante la «catena della tradizione» in terra italiana non fu mai interrotta». Nella Divina Commedia e nel De vulgari eloquentia, Dante Alighieri concepì un’idea dell’Italia ispirata al modello augusteo e ghibellino: delimitata nei suoi confini a nord, ovest ed est («Suso in Italia bella giace un laco, a piè de l’Alpe che serra Lamagna sovra Tiralli, c’ha nome Benaco»; Inferno, XX, 61-63; «Si com’ad Arli ove Rodano stagna, si com’a Pola presso del Quarnaro, che Italia chiude e suoi termini bagna»; Inferno, III, 113-4); linguisticamente ripartita nei quattordici dialetti della lingua nazionale (De vulgari eloquentia, I, X) e di un Volgare illustre comune (De vulgari eloquentia, I, X); auspicabile sede di una Curia regia di tutti gli Italiani (De vulgari eloquentia, I, XVIII) e centro del potere imperiale (Purgatorio, VI, 76-114). La fioritura sveva fu spenta dall’immondo connubio tra il Papa e gli Angioini, che ebbero la meglio su Manfredi di Svevia a Benevento (1266). Nel 1273 fu un sovrano dell’infausta dinastia degli  Asburgo, l’Imperatore Rodolfo, a liquidare le pretese del Sacro Romano Impero sull’Urbe, capitale naturale dell’Impero e del Regno Italico, a tutto vantaggio del Papa e contro l’autentica tradizione ghibellina imperiale del grande Federico II.
Carlo Altoviti



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2 Commenti

  1. Complimenti per il lavoro, ottimo articolo. Considerazione personale: un’Italia così fiorente aveva come denominatore comune un imperatore o un re, al massimo un capo tribù. Ovvio che monarchia o repubblica hanno i loro pro e contro. Potrebbe essere uno spunto per un prossimo articolo?

  2. Mi sono piaciuti molto questi due articoli che nonostante lo spazio a disposizione hanno dato luce ad alcuni aspetti che a scuola dovrebbero introdurre, anche perchè da qui in avanti ci sono altri aspetti bui che vanno illuminati.
    Grazie per la cultura aggiunta.

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