Roma, 14 lug – Grande vendita di vino a Jesolo. Interi scaffali con bottiglie che hanno etichette raffiguranti slogan o simboli fascisti e nazisti. Il prezzo è modico: 10,50 euro. Se invece volete bere una tazza di latte e caffè perché non utilizzare quella con la Croce di Ferro, vostra a soli 5,90 euro. Il proprietario del negozio “Top Market” (coincidenze?), Stefano Nopetti, non si tira indietro pur non dichiarandosi un estremista, ma parlando specialmente di business: “Non capisco questi falsi moralismi… Se la gente le compra (e ne compra molte) io continuerò a venderle“.
Lui vende bottiglie da trent’anni e nessuno gliel’ha mai vietato, sia in Veneto che in Romagna, o in altre città turistiche come Rimini e Riccione dove se ne possono trovare a bizzeffe. È solo cattivo gusto e un inutile inneggio al passato? Non per tutti, perché Stefano afferma: “Adesso ne vendo molte di più in una stagione: 1.500 circa”. E i dati aumentano ogni anno. Sono soprattutto gli italiani i maggiori acquirenti, mentre i tedeschi sono gli unici che si lamentano, eppure Hitler “l’hanno messo su loro” dice Nopetti. Gli altri turisti invece vedono di buon occhio queste bottiglie, considerando che l’azienda produttrice ne etichetta ben 150mila all’anno. Non può essere solo un caso, vuol dire che vendono e sono richieste. Solo in Italia (tra importazioni ed esportazioni) questo è un business da 400mila euro.
Tutto qui? Ovviamente no. C’è un certo Nicola Frantoianni (di Liberi e Uguali) che sulla vicenda ha presentato un’interrogazione parlamentare. Indovinate per cosa? “Apologia del fascismo e del nazismo“. Continua augurando che si prendano provvedimenti nei confronti di chi fa propaganda ai regimi totalitari, invitando lo Stato a vietare la vendita di questi oggetti. Strano, di recente non ci era mai capitato di assistere a sedute parlamentari simili. Sembra più facile attaccare il business nazionale piuttosto che parlare di centri di accoglienza, di lavoro precario, dell’istruzione e della sanità che non sono proprio ai massimi storici. Appena un anno fa usciva uno “scandalo” simile: quello riguardo la spiaggia di Chioggia nello stabilimento “Punta Canna” sotto la foce del Brenta. La notizia erano le varie frasi riprese dal Ventennio che si potevano scorgere tra i lettini di questa spiaggia. Lo sdegno dei radicali chic era sì riguardo a queste scritte (sotto l’insegna di entrata si legge: “Regole: ordine, pulizia, disciplina”), quanto al fatto che non era frequentato dai soliti giovani d’area, tatuati e “cattivi”, ma anche da famiglie.
La realtà è che ogni indignazione da parte di parlamentari antifascisti, sinistroidi o perbenisti, non fa che alimentare la curiosità di chi, vuoi per periodo storico differente, vuoi per disinteresse, non ha mai approfondito l’argomento del regime o della cultura di quegli anni. Una tattica riuscita. Al contrario.
Clara Tozzi

3 Commenti

Commenta