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Roma, 14 lug – La politica oggi è tutta una questione di semantica. Non passa giorno che qualcuno non tenti di manipolare o astrarre parole e azioni altrui dal loro contesto per giustificarsi agli occhi di un elettorato sensibile o per costruire campagne d’opposizione al potere che rivelano inequivocabilmente la nullità e l’inconsistenza della propria proposta politica. È così ad esempio che i vertici pentastellati hanno fin da subito tenuto a chiarire che la loro smania di potere si sarebbe concretizzata non già attraverso un’alleanza, bensì attraverso un contratto. Questo perché un’alleanza presupporrebbe – nella retorica grillina – uno scambio di poltrone, mentre un contratto metterebbe al centro idee e progetti. Poco importa se alla fine i posti di governo andranno comunque spartiti nonostante al centro ci sia un contratto e se anche con un’alleanza alla fine si sarebbe dovuta trovare una quadra su obbiettivi concreti per il Paese. È così ad esempio che l’annuncio, da parte del ministro Salvini, di una ricognizione dei rom in Italia, allo scopo di chiarire chi, come e quanti siano è stato (poco) abilmente manipolato dalle opposizioni, che hanno trasformato una ricognizione in una schedatura, evocando – tanto per cambiare – un possibile ritorno a scenari ben poco felici della storia d’Europa ed etichettando il leader leghista come un pericoloso criminale con idee xenofobe, razziste, fasciste e naziste.
Si tratta di una premessa necessaria per affrontare il tema del buonismo, da sempre alternativa al buonsenso costantemente evocato dalla Lega di Salvini. Addirittura – sempre giocando con la semantica – vi è chi fa del buonismo un vanto, sostenendo che con questo termine non si fa che «ribaltare in insulto una qualità» (così Giacomo Papi su Il Post) e che esso rappresenta «una specie di scudo contro qualsiasi pensiero ragionevole» (citazione lapalissianamente savianista). Il buonista in realtà non è affatto un apostolo della solidarietà, un campione di generosità, un paradigma vivente di amore cristiano. Egli non ha qualità, ma finge o si illude di possederle. Il buonista è il peggior menzognero: egli mente a se stesso e agli altri, talora consapevolmente talaltra perché infarcito e fagocitato dalla propaganda. La menzogna è il mezzo ed il fine.
Partiamo dalla già citata ricognizione delle popolazioni rom annunciata dal ministro Salvini. Essa è stata fin da subito condannata duramente dalle opposizioni, che non hanno perso un attimo per lanciare accorati appelli contro il pericolo di una palingenesi dell’ormai defunto fascismo. E così una ricognizione è stata interpretata e propagandata dai buonisti come una vera e propria schedatura su base etnica, che avrebbe addirittura preluso a leggi speciali, torture e genocidi. Alzi la mano chi non ha letto almeno una volta sui social l’estratto (sebbene la forma sia controversa) del celebre sermone del pastore Martin Niemöller sull’apatia politica verso le purghe naziste: «Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare».
Eccola, la grande menzogna del buonismo: si finge solidarietà, comprensione e umanità verso un gruppo etnico evocando pagine nere della nostra storia. Poco importa poi se lo stesso Salvini abbia chiarito che il fine primario della proposta riguarda la tutela di «migliaia di bambini ai quali non è permesso frequentare la scuola regolarmente perché si preferisce introdurli alla delinquenza»: il nazismo evocato dalle opposizioni cacciava i bambini ebrei dalle scuole, il ministro vuole mandarli a scuola. Figuriamoci poi se importa che in passato censimenti sulla popolazione rom siano stati effettuati da Majorino con Pisapia a Milano o dalla Regione Emilia Romagna: è diverso, naturalmente, perché loro sono comunque #altracosa. Poco importa se ciò che viene chiesto è il rispetto delle regole. Ha detto bene il filosofo Diego Fusaro (da cui mi sento ideologicamente distante, ma al quale va riconosciuto un notevole acume critico e la capacità di disvelare le menzogne dei novelli ‘sinistri’): «I rom hanno il diritto a essere trattati come tutti gli altri e, egualmente, il dovere di comportarsi come tutti gli altri. Né più, né meno». Insomma, il ministro intendeva semplicemente capire chi, come e quanti siano i rom in Italia. È davvero nazista pretendere che lo Stato sappia chi si muove entro i suoi confini e se agisce nel rispetto della legge? No, anzi: è la più concreta e coerente applicazione del principio di uguaglianza previsto dalla carta costituzionale.
Del fenomeno buonista in relazione all’immigrazione si potrebbe parlare per ore. Vi sono tuttavia alcuni principî che vanno assolutamente esplicitati. Anzitutto, quel che non si vuole capire – o che non si vuole far capire – è che i ‘fascioleghisti’ non individuano affatto un nemico nei migranti in quanto tali. Certo, se essi delinquono, talora con l’aggravante della loro condizione di clandestinità, non v’è – o almeno non vi dovrebbe essere dubbio – che il biasimo è pienamente giustificato. Il vero nemico, tornando a noi, non è chi ha fame, ma chi affama queste genti; non è chi è disperato, ma chi li getta nella disperazione. Se il discorso sull’immigrazione è degenerato negli ultimi tempi, è essenzialmente perché si è voluta costruire ad arte una bipolarizzazione netta e radicale: se vuoi porre un freno al fenomeno, riducendo gli sbarchi ed espellendo gli irregolari, sei un razzista xenofobo; viceversa, sei un uomo che non ha perso umanità. Nel mio pensiero, tuttavia, non c’è alcuna paura o discriminazione nei confronti del diverso. Se l’immigrazione è un punto chiave nell’agenda di diversi soggetti politici, vi sono diverse motivate ragioni, legate ai costi dell’accoglienza, al business che si è creato sulla pelle di queste persone, alle mancate solidarietà e collaborazione da parte degli altri Paesi dell’Unione su vari fronti, alla concorrenza sleale di una classe lavoratrice che non conosce minimi salariali e diritti del lavoro verso la classe lavoratrice italiana ed europea, alla criminalità cui gli immigrati sono costretti dall’assenza di opportunità lavorative che ne consentano la piena integrazione nella società, alla minaccia terroristica islamica che è sempre dietro l’angolo.
La mia proposta è chiara e limpida: procedure di identificazione da svolgersi nel continente africano secondo standard comuni per tutti i paesi UE; ripartizione degli eventuali profughi tra tutti gli Stati membri dell’Unione; espulsione di tutti i clandestini attualmente presenti sul suolo europeo; infine, non meno importante, politiche di sviluppo per l’Africa (no, non le bombe umanitarie e le destabilizzazioni solidali cui li abbiamo abituati finora). Naturalmente i limiti della pagina scritta mi hanno imposto di semplificare il più possibile l’analisi di un fenomeno in realtà molto complesso. Non mi pare, in ogni caso, che politiche come quelle sopra esposte possano essere classificate come razziste o xenofobe. Se davvero vogliamo essere umani e solidali, occorre aiutare davvero queste persone (che siano profughi o migranti economici o – ultima invenzione comunitaria – climatici) nei loro Paesi d’origine, evitando che intraprendano la via del mare, insidiosa non solo per le loro vite ma anche perché – ormai non lo si può più mettere in dubbio – ha generato un business sulla pelle dei disperati. Oltretutto, nessuno sembra curarsi dello sradicamento dei migranti dalla propria terra. Insomma, se persino io, studente siciliano trapiantato a Bologna, sento ogni giorno di più il distacco e la nostalgia della mia terra natìa, chissà come si sente un migrante nigeriano o senegalese costretto a lasciare la propria casa. Il paradigma dell’homo migrans, che presto o tardi sarà imposto anche alle genti d’Europa, è pericoloso perché distrugge le identità, privando l’uomo del legame più importante: l’attaccamento alla propria Patria. Chi invoca sanatorie per gli irregolari e, peggio, corridoi legali d’immigrazione per chiunque (anche per chi non scappa dalle guerre) è un buonista menzognero, come la tanatofila Emma Bonino. Occorre farlo capire: l’Italia non è il paradiso e l’opportunità di riscatto che queste persone cercano. L’Italia non ha nulla da offrire ai migranti economici. Una Nazione seria e responsabile non può concedere opportunità di inserimento nel lavoro e nella società a chi migra da altre terre se prima ogni suo Figlio non avrà raggiunto uno standard dignitoso di vita. Una Nazione con un tasso di disoccupazione giovanile che in regioni come Calabria, Sicilia e Campania supera il 50% (dati Eurostat 2017) non è in grado di restituire dignità e riscatto ai propri Figli, figuriamoci a quelli degli altri. Le menzogne del buonismo non fanno che creare illusioni. Occorre disilludere i migranti: l’Italia non è il paradiso che cercate. Forse è il momento di chiudere questo capitolo, ma le menzogne dei buonisti non si fermano certo qui. Ne riparleremo.
Veniamo, per concludere, a una vicenda più recente. Il 21 giugno alle ore 08:17, nel corso della trasmissione Agorà, viene chiesto al ministro Salvini: «La vuole togliere la scorta a Saviano? Lo scrisse in un post ad agosto». Il leader della Lega risponde dicendo che «saranno le istituzioni competenti a valutare se corra qualche rischio», concetto poi ribadito con una diretta Facebook. Apriti cielo: le dichiarazioni di Salvini sono state interpretate come una pericolosa minaccia, come se il ministro si fosse svegliato la mattina col pensiero di vendicarsi di un intellettuale dissidente (sì, naturalmente è stato invocato anche il nazismo). Puntuale arriva, nel pomeriggio, la replica del Vate sans frontières, dell’intellettuale pontificatore senza contraddittorio, del paladino della legalità la cui ascesa derivò da un plagio, Roberto Saviano. Adesso sì, che siamo alle minacce: «E, quindi, credi che io possa avere paura di te?» dice il tuttologo tanatofilo, che poi si rivolge con uno sguardo pieno d’odio alla telecamera aggiungendo «Buffone!». Non è tutto qui, naturalmente: l’odio e l’intolleranza verso Salvini sono onnipresenti nel video, tanto che, alla fine, sembra più lui ad alimentare il clima pesante che si respira oggi in Italia, più che Salvini e la Lega. Ma la parte più bella è quando Saviano accusa il ministro dell’Interno di essere «amico della ‘ndrangheta». Il plagiatore che si fa diffamatore. Ed ecco che i sostenitori del Vate sguainano le spade in difesa del paladino dell’antimafia perseguitato financo dai narcos. In una Nazione seria Saviano sarebbe stato immediatamente condannato per le sue accuse e censurato. In Italia, invece, si è perfino autorizzati a condividere in massa le sue illazioni. Magari gli sharer sono gli stessi che invocavano il garantismo contro il pericoloso giustizialismo dei pentastellati, ma si sa: quando si tratta di Salvini o della destra, una illazione diventa condanna irrevocabile. Quel che è certo, è che quelli che oggi stanno con Saviano sono gli stessi che ieri stavano con Mattarella. Come a dire: nessuno può permettersi di attaccare il Presidente della Repubblica per un atto che probabilmente andava oltre le prerogative assegnategli dalla Carta (tanto che ne è nata una querelle tra gli stessi costituzionalisti), ma chiunque può – anzi, deve – accusare di rapporti con le mafie il ministro dell’Interno. C’è qualcosa che non va.
Giuseppe Scialabba

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