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Torino, 18 gen – Stemma sì. Stemma no. O forse in onore del marketing sarebbe più corretto parlare di logo. La Juventus ha deciso di cambiare. Andrea Agnelli guarda ad ovest e strizza l’occhio agli Stati Uniti d’America. La J stilizzata, riporta alla memoria il baseball, la palla a spicchi o un quarterback in procinto di lanciare l’attacco. La dirigenza della Vecchia Signora ha scelto la sibaritica Milano, le figure da passerelle – presente la mai vestita Emily Ratajkowski – ed i volti di Pavel Nedved e Gianluigi Buffon per far intendere il senso, ultimo, della nuova scelta in termini di marchio. La Madama ringiovanita, cede al fascino del ritocchino 13 anni dopo l’ultima modifica del logo. Uno stile minimale, quelle righe che i detrattori conducono fin dentro le narici di Lapo Elkann.

Prima di criticare la nuova immagine de La fidanzata d’Italia – de gustibus non est disputandum – bisogna entrare nella logica del mercato a due colori. La dirigenza torinese ha scelto come tappeto rosso la capitale economica dello stivale e non Torino. Parlare di futuro a 141 chilometri dalla Mole diventa difficile. La colonna sonora da statuetta di Giorgio Moroder non basta. C’erano tutti meno che la storia bianconera. C’era Antonio Cabrini, ma Alessandro Del Piero? Gianluca Vialli? Marcello Lippi? Giovanni Trapattoni? Dino Zoff? Paolo Rossi? Claudio Gentile? Potremmo citare mille altri nomi. Mentre l’avvenire ha scelto una base economica.

Il calcio risponde al verbo del trionfo e per la Juventus, come diceva Giampiero Boniperti, la vittoria “è l’unica cosa che conta”. Ma per arrivare prima degli altri serve guardare alle proprie radici, non ad un inglese sfrenato dove “white and black and more” diventano parole vacue nel pallone annacquato di questi tempi. “Un logo rappresenta la storia, un logo rappresenta i tifosi che hanno sempre sostenuto la squadra anche nei momenti difficili. Questo, per quanto sia innovativo e conforme al marketing, è un merdata colossale. Ci dev’essere un limite a tutto”. I tifosi si sono spaccati, mentre l’amarcord felliniano chiama a rapporto gli adepti di Michel Le Roi Platini. 

Lorenzo Cafarchio

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1 commento

  1. il calcio romantico e’ morto da un pezzo, ora siamo in epoche globaliste, dove il businness è primario al sentimento e alla storia.
    Se vuoi rimanere al vertice e scontrarti con le grandi d’Europa, devi incrementare i bilanci. Piu’ soldi, piu’ campioni , piu’ vittorie.
    La Juventus vuole conquistare il mercato mondiale, vendere la propria immagine in india,cina e paesi in via di sviluppo.
    La Famiglia Agnelli si apre al mondo, Torino e il piemontese , lo lasciano a vecchi e nostalgici.
    Il cuore, la fede , il senso d’appartenenza verranno riposti in solaio, chi non si adegua e’ destinato all’oblio.
    I tifosi bianconeri devono fare una scelta, abbandonarsi ai ricordi e girare le spalle alla societa’, o prendere atto della triste e plastificata realta’, adeguarsi e consumare a piu’ non posso,polli spennati nel nome del dio businness.
    il calcio romantico degli eroi e’ finito per sempre, solo una rivoluzione culturale e antimondialista, potra’ ridare vita agli antichi eroi.

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