Roma, 16 gen – Open è il giornale online promosso da Enrico “Chicco” Mentana. Come un facile slogan è fatto da giovani per i giovani, giovani con regolare contratto a tempo indeterminato. Questa la differenza che si vorrebbe sostanziale rispetto ad altre iniziative editoriali online e blasonati giornali cartacei dove i giovani in redazione sono al più a cottimo. Un plauso all’iniziativa dal punto di vista imprenditoriale (anche se sull’agenda del quotidiano c’è più di qualche perplessità): come ha dichiarato Mentana sul Sole 24 ore del 12 dicembre «Quest’anno ho assunto più praticanti io che il resto della stampa italiana».

Una premessa, quella dei giovani giornalisti a tempo indeterminato che ci dovrebbe rassicurare sulla qualità. Se un giornalista è a cottimo e per di più sottopagato, baderà alla quantità e non certo alla qualità. Invece chi ha il posto fisso dovrebbe aver il tempo di approfondire e badare alla qualità, piuttosto che ai numeri (anche se il recente caso di Der Spiegel tende più che mai a far dubitare dei bravi giornalisti dei giornali blasonati).


Ma sulla qualità e la bontà di Open non si transige non solo per il trattamento economico. C’è un duplice aspetto che vorrebbe essere garanzia del giornale online. Mentana è ormai un personaggio del web, non tanto per le interminabili maratone, ma anche per l’abilità sua (o di eventuali social media manager) di “blastare la ggente” su Facebook, ovvero gli ignoranti che sui social scrivono fandonie sesquipedali, o semplicemente, dubitano delle “magnifiche sorti e progressive” della narrazione dominante.

Insomma Open è anche il giornale online concepito da chi ha ormai una consolidata esperienza nel blastare (così titola GQ o il Daily Best) la gente.

Ma questo non basta, anche perché Mentana è solo il finanziatore, non occupandosi della redazione. Ulteriore garanzia è vedere tra le firme di punta di Open uno dei più famosi e apprezzati debunker italiani. Da blastatori e debunker giusto prendere il massimo. Tant’è che a nemmeno da una settimana dal lancio c’è stata una polemica proprio a tema debunking e trasparenza, nel vecchio adagio del A fare a gara a fare i puri, troverai sempre uno più puro… che ti epura.

Polemica nata su Medium, specie di spin off di Twitter, dove si scopriva che uno dei giornalisti di Open si era comprato millemila follower fasulli su qualche social. E poi se li era tenuti, non cancellandoli al termine dell’inchiesta. Un po’ come uno che si compra un Rolex d’oro farlocco per indagare sul mercato dei falsi, ma lo ostenta per andare alle serate di gala e fare colpo sulle ragazze. Quindi era nata la classica polemica su chi debunka il collega del debunkatore che non ha debunkato il suo collega, perché in fondo non serviva debunkarlo ma bastava cercare su Google, che al mercato mio padre comprò.

Polemica sterile, ma che diventa doveroso citare perché è un inevitabile rafforzativo del fatto che la qualità del nuovo progetto editoriale dovrebbe essere a prova di epuratori e debunker. Ricapitolando:

  1. I giornalisti sono pagati, e non lavorano a cottimo;
  2. Il fondatore blasta gli ignoranti;
  3. In redazione (liquida e distribuita che sia, ma comunque in redazione) c’è uno dei debunker numero uno.
  4. Se il debunker non debunka è perché non c’è bisogno di debunkare, basta cercare su Google.

Insomma su Open non dovrebbe capitare di leggere panzane sesquipedali che possono essere facilmente verificate su internet.

Panzane come la seguente:

gruppi musicali di estrema destra come Topi Neri, Hobbit e Compagnia dell’Anello – i cui nomi rimandano agli scritti di J.R.R. Tolkien che negli anni Trenta avevano suscitato l’interesse dei nazisti.

Alla redazione di Open non bastava l’accostamento tra Tolkien e la musica identitaria della destra italiana degli anni ’70. No, ci volevano proprio i nazisti.

Tolkien che suscitava l’interesse dei nazisti. Una serie di fandonie sequispedali meritevoli di legioni di blastatori e di debunker. Un errore di quelli che come direbbero i debunker, bastava una ricerca su Google.

Premesso che il nome Topi neri nulla ha a che spartire con Tolkien, si tratta di una citazione dei Rat noir del fumettista francese Jack Marchal, l’accostamento Tolkien-nazisti è grottesco anche dal punto di vista temporale.

La Compagnia dell’Anello, primo volume de Il Signore degli Anelli, fa la sua comparsa nel 1954. Lo Hobbit venne pubblicato nel 1937, con la prima traduzione tedesca del libro, Der kleine Hobbit, ad opera di Walter Scherf nel 1957.

Eppure per Open si immagina già che al castello di Wewelsburg ci si cimentasse con con le avventure di Bilbo, fantasticando anche su un libro che sarebbe uscito più di vent’anni dopo.

A meno che qualche debunker non volesse far diventare “l’interesse dei nazisti” riportato dalla redazione di Open la trattativa inconcludente che vi fu tra l’editore tedesco Rütten und Loening nel 1938 e l’editore britannico, Stanley Unwin. Trattativa che si protrasse fino al febbraio 1939, anche se molti articoli online propongono la tesi che la traduzione tedesca fosse stata bocciata dallo stesso Tolkien con una piccata lettera di risposta alla richiesta dell’editore germanico se fosse ariano.

(Rimandiamo alla pagina dello studioso tolkeniano Oronzo Cilli per la storia del carteggio e della traduzione. Curiosità bibliografica che citiamo per completezza nei confronti degli eventuali sbufalatori che si volessero appellare al “ma ho cercato su Wikipedia”)

L’errore marchiano che vuole Tolkien ispiratore dei nazisti ben prima del rock identitario è passato sotto silenzio.

Un silenzio che assorda soprattutto a sinistra. Dopo che negli ultimi anni lo scrittore Wu Ming 4, i giornalisti Roberto Arduini e Loredana Lipperini si sono impegnati per smantellare “Le Grinfie fasciste su Tolkien.”

Grinfie immaginate da una cultura dominante che per anni ha volutamente ingnorato il maestro, accusandolo di essere “roba da fasci”. Ancora nel 2003 su L’Unità, giornale in cui lavorava Arduini, Federica Fantozzi nel mai dimenticato articolo “Il Kolossal va alla guerra” dedicato al secondo film della trilogia di Peter Jackson, ci spiegava come Le Due Torri fosse una chiara citazione guerresca del guerrafondaio Bush Junior. E che Minas Tirith e Minas Morgul fossero solo un’allegoria delle povere Twin Tower distrutte nemmeno due anni prima.

Dopo aver fondato un’altra società tolkeniana nel 2005 per dimostrare ai loro compagni di sezione che Tolkien non era “roba da fasci” oggi grazie ad Open se lo ritrovano accostato persino ai nazisti.

Flavio Bartolucci

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