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Roma, 5 apr – Ci può essere qualcosa di più triste di un regista che, da trent’anni, fa praticamente lo stesso film, con gli stessi attori, con la stessa narrativa melensa? Vi immaginate qualcosa di più patetico di un vecchio sessantottino che, fallita la “rivoluzione proletaria”, ritrova la gioia di vivere grazie agli immigrati? Probabilmente no ma, sia come sia, questo è esattamente quello che ci offre La casa sul mare, l’ultima fatica del regista francese Robert Guédiguian. La pellicola sta già incassando le lodi sperticate di mezza stampa nazionale e internazionale. Perché si sa, la figura messianica del “migrante” non smette mai commuovere i radical chic. Se poi gli immigrati sono addirittura bambini, è praticamente il massimo.
L’ambientazione de La casa sul mare è una porzione di campagna presso Marsiglia. I militari perlustrano la zona alla ricerca di alcuni immigrati clandestini scampati a un naufragio. Poi entrano in scena i tre protagonisti, due fratelli e una sorella che si rincontrano per spartirsi l’eredità del padre. Le storie dei personaggi sono sempre le stesse: se avete visto un film di Özpetek o di Muccino a caso, sapete già di cosa si sta parlando. Colpisce solo la figura di Joseph, il vecchio sessantottino che aveva abbandonato l’università per provare la vita di fabbrica. Ma il borghesuccio che giocava a fare l’operaio, sognando la rivoluzione proletaria, è rimasto deluso da quell’esperienza e ora cerca di rifarsi con una fidanzata molto più giovane lui.
Tutta questa ovattata tristezza di fondo, questa patetica nostalgia per gli anni che furono, viene improvvisamente redenta dal ritrovamento di tre piccoli immigrati (quelli cercati dai militari). Il regista lo ha detto chiaramente: «Credo che oggi non potrei fare un film senza un riferimento ai profughi: viviamo tutti in un mondo in cui le persone fuggono dalle guerre e dall’abbandono, e annegano quotidianamente, alla ricerca di un rifugio, di un focolare». Ecco quindi che i sessantottini, che hanno fallito con i proletari, hanno finalmente l’occasione per il riscatto. Lo ha capito subito Natalia Aspesi, che ha recensito entusiasticamente la pellicola su Repubblica: «I tre fratelli non sono diventati lepenisti e neppure leghisti. Il regista riesce a convincerci che tocca a loro, a tutti noi singolarmente, persone che hanno sempre creduto alla necessità di preservare la pace, aiutare chi ha bisogno, un tempo i proletari, oggi gli immigrati. In Francia la Le Pen ha perso le elezioni, in Italia la Lega andrà al governo. La casa sul mare potrebbero proiettarlo in Parlamento». Dai proletari agli immigrati, dalla Parigi del Sessantotto alla Lampedusa del 2018: una storia di fallimenti che, forse, non finirà mai.
Vittoria Fiore

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2 Commenti

  1. Film fi merda che può giusto mandare in brodo di giuggiole una vecchia rampana i fregola come la Aspesi.

  2. Purtroppo per tutti noi, al variegato sinistrume che ci infesta, va riconosciuto un grande talento. Quello di riuscire a ripartire i costi di tutte le loro “imprese”, le loro guerre e i loro fallimenti su tutto il tessuto sociale. un cancro sociale che, dal dopoguerra, non trova anticorpi. O, quelli che ci sono appaiono, ahinoi! Insufficienti!

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