Roma, 15 gen – Mi sono tenuto prudentemente lontano dall’isteria collettiva per la cattura e il rientro in Italia di Cesare Battisti. Sarà perché sono abituato a leggere le storie degli anni di piombo alla luce di una logica della complessità, sarà perché considero la dottrina Mitterrand qualcosa di più di una bizzarria gallica, sarà perché preferisco combattere il nemico quando è forte e non quando è nella polvere o forse sarà per quell’elementare forma di galateo etico che impone sobrietà quando qualcuno finisce dietro le sbarre.

Eppure, bisogna dirlo francamente, c’è qualcosa, nella cattura di questo individuo, che ha a che fare con un senso di giustizia che è oltre ogni codice, persino non scritto. Una catarsi ancestrale, feroce, ma comunque autentica. Il giornalista Piero Sansonetti, uno dei pochi rimasti a difendere Battisti, dopo che l’internazionale delle teste di cazzo che lo ha difeso per anni si è coraggiosamente dileguata, fra pentimenti tardivi e silenzi imbarazzati, ha scritto un tweet che ha fatto discutere: “Tutti esultano per Battisti. Tutti sono felici che venga a marcire all’ergastolo. Che lasci il suo figlioletto brasiliano. Che paghi con la vita. Quasi nessuno sa di cosa è accusato. Nessuno conosce le prove: non ci sono. È un rito pagano: tutti fratelli intorno alla forca”. Beh, a dirla tutta Battisti non è semplicemente “accusato” di qualcosa, ma condannato in via definitiva per ben quattro volte. Ma è l’ultima parte del tweet che è interessante.

“Rito pagano”, dice Sansonetti. Sorvoliamo sull’obiezione filologica contro l’uso del termine “pagano” per indicare qualcosa che in realtà è “selvaggio”, “tribale”, sul crinale stesso della civilizzazione. Nell’essenza della sua argomentazione, Sansonetti ha ragione, ma sbaglia, da buon illuminista, nel dare un giudizio sbrigativo su questo rito. I tragici greci, che erano ben più profondi degli illuministi nel comprendere le leve fondamentali della vicenda umana, lo avevano capito bene: quando c’è una sovrabbondanza di hybris, a un certo punto c’è bisogno di uno scarico. Violento, plateale.

Cesare Battisti, trasformatosi persino fisicamente in una sorta di Gollum comunista, con i capelli unti e il ghigno perenne, ridanciano e sbracato al sole dei tropici e sotto l’ombrellone della protezione garantita da una cricca incestuosa che va da Carla Bruni ai Wu Ming, è una figura che fa rabbia a chi è di buon sangue e che evoca invece solidarietà in chi è di malarazza. Tutta la sua vicenda è una sorta di spartiacque esistenziale ed estetico. E l’alzata di scudi in suo favore, salottiera e radicale insieme (per una volta l’abusata espressione di “radical chic” ha un senso puntuale e preciso), costituisce davvero, per usare categorie alla moda, una forma di prepotenza delle “élite” contro il “popolo”: loro, i bennati, i giusti, quelli che tutto possono, gli amici degli amici, e gli altri, i poveracci, quelli che non hanno santi in paradiso. È una corda che non si può tirare impunemente all’infinito. Alla fine si spezza, dolorosamente.

L’ingresso in carcere di Cesare Battisti, nel 2019, non soddisfa altra esigenza. Non c’è pericolo pubblico da neutralizzare, né riabilitazione sociale da attuare. È solo l’espiazione di una hybris. È la soddisfazione di una collera popolare atavica. Ma il filosofo Peter Sloterdijk ci ha già spiegato che non va mai sottovalutato il thymos, il “ribollire del sangue”, l’ira, uno dei grandi motori della storia, sottovalutato da una cultura che ha sempre e solo esaminato l’eros. E invece la rabbia fa la storia. Non è giusto o ingiusto. È così e basta.

È pericoloso, questo thymos. È lo stesso sentimento che si scatenò a piazzale Loreto. Ma esiste ed è una forza agente nel reale. E se nelle ideologie dominanti, quel che manca è proprio il principio di realtà, ricominciare a comprendere il mondo passa invece anche con l’avere a che fare con questa rabbia. Assistere al rito “pagano”. Senza snobismi e senza invasamenti.

Adriano Scianca

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