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altare patriaRoma, 26 dic – Alla nota affermazione evoliana, presente in Orientamenti, “nell’Idea va riconosciuta la nostra vera patria”, possono essere mosse due obiezioni. La prima, interna al pensiero stesso di Evola, può essere riassunta così: sempre in Orientamenti Evola scrive che nazione e popolo “solo entro lo Stato acquistano un significato, una forma e partecipano ad un grado superiore di esistenza”, il che suona incoerente con la frase riportata in precedenza, perché un conto è subordinare gerarchicamente la nazione alla superiore idea di Stato, tutt’altro conto è separare radicalmente “l’Idea” da ogni realtà concreta. Insomma, un conto è riconoscere il ruolo della nazione pur in rapporto con una “Idea” che la trascende, un altro è invece privare quest’ultima di ogni riferimento concreto, dato che questa abissale separatezza finisce per contraddire anche il principio delle due nature (esposto in Rivolta e più volte ribadito), e dunque riproduce quel dualismo cristiano aspramente condannato da Evola sempre in Rivolta. Quindi, in conclusione, la frase evoliana non solo entra in palese contrasto con un altro passo della stessa opera, ma, ed è lo snodo davvero decisivo, è incoerente con uno dei principi fondamentali della dottrina tradizionale di Evola.

Seconda obiezione: la frase evoliana presenta innegabili concordanze con la tradizione universalistico-cosmopolitica. Non penso che Evola fosse consapevole di questa ‘segreta’ affinità, che però è indubitabile. Al riguardo mi limiterò a indicare qualche esempio tratto dalla puntuale ricostruzione di Luca Scuccimarra, I confini del mondo. Storia del cosmopolitismo dall’Antichità al Settecento (il Mulino, Bologna 2006). Inizio con quella che Scuccimarra definisce un “tradizionale motto epicureo”, e cioè ubi bene, ibi patria. Non desterà sorpresa scoprire che proprio in pieno ellenismo, cioè nell’epoca del tramonto della polis e del sogno ecumenico di Alessandro, emerga questa concezione. Sarà poi Cicerone a riprendere e rielaborare questa massima in un noto passo delle Tusculanae disputationes V, 37, 108: “patria est, ubicumque est bonum”. Ci si trova di fronte, come giustamente sottolineato da Scuccimarra, a una vera e propria “apologia dello sradicamento” e a un punto fermo di ogni successiva dottrina cosmopolitica.

Ovviamente, anche il cristianesimo è coerentemente in linea con tale impostazione. Basti qui l’accenno, tra i tanti rimandi presenti nel testo di Scuccimarra, a un passo tratto da un’opera di Tertulliano (Apologeticum 38, 3), in cui si afferma che i cristiani non riconoscono che “una sola patria di tutti: il mondo”.

Sempre seguendo il testo di Scuccimarra, passo ora a Erasmo da Rotterdam. Nei suoi Adagia troviamo la classica ‘professione di fede’ cosmopolitica, ossia “quaevis terra patria” (ogni luogo è una patria). Sempre Erasmo riconosce come suoi consanguinei coloro che, in ogni luogo, si dedicano alle “humanae litterae”.

Chiudo con Benjamin Franklin. Riallacciandosi al motto ubi libertas, ibi patria, Franklin formula l’auspicio “che un amante della libertà possa trovare la sua patria in ogni parte della cristianità”. E ribadisce: “l’amore della libertà…può pervadere tutte le nazioni della terra, così che un filosofo possa mettere piede in qualunque luogo sulla sua superficie e dire ‘questa è la mia patria’”. Una posizione, quella di Franklin, largamente maggioritaria nel secolo dei Lumi, che spiega perché Rousseau, mosso da tutt’altra concezione della patria, ritenesse improcrastinabile invertire “l’esecrabile proverbio” dell’ubi bene, ibi patria (come lo definisce nelle sue Considerazioni sul governo di Polonia) in un augurabile ubi patria, ibi bene.

Giovanni Damiano

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7 Commenti

  1. La contraddizione di questo passo evoliano, nasce da un certo contorsionismo teorico riguardante la razza dello spirito. Evola a mio parere perde il filo conduttore ario nella ricerca spirituale (imprescindibile) di un Imperium.

  2. Legio Patria Nostra…osservate come il motto legionario ed il pensiero espresso in questa frase commentata si leghino bene.
    Ottimo l’articolo, ma io ho sempre interpretato questa frase del Maestro come in riferimento alla Patria dello spirito, che in parte, ma non completamente, coincide con la Patria itesa come suolo patrio.

  3. Attenzione perché la contraddizione è solo apparente, perché là dove si combatte per l’Idea di combatte sempre per una Patria.
    Quindi nulla a che vedere con il cosmopolismo.
    Andre

  4. Una puntualizzazione necessaria. Per il Cristianesimo esistono due Patrie, non una. La Patria Celeste, premio riservato a tutti coloro che supereranno la prova in Terra. E la Patria Terrena, che differisce per ognuno in base all’appartenenza territoriale. La visione da Lei riportata sullo spunto di una equivocabile sentenza di Tertulliano è tipica del cristianesimo modernista, eresia antitetica in toto al Cattolicesimo.
    Del resto la Storia parla da sola. A nessun sovrano o statista cristiano è mai saltato in mente di abolire patrie e confini. Mai. Quindi, ritornando alla frase di Tertulliano, viene da ricordare che contra factum non valet argumentum.

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