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Rachel DolezalRoma, 3 apr – Ricordate la storia di Rachel Dolezal, la biondissima attivista per i diritti dei neri d’America che per anni si è spacciata per afro-americana con un improbabile fondotinta scuro e con una ancor più improbabile capigliatura afro? Ebbene è tornata a far parlare di sé dopo l’annuncio della pubblicazione delle sue memorie In Full Color: Finding My Place in a Black and White World. Ovviamente le sue “memorie” saranno anche il veicolo per propagandare le sue idee che di fatto applicano le stesse logiche del gender all’etnia.

Già in una precedente intervista Rachel si era definita “transrazziale, birazziale e nera” ma ora con l’uscita del suo libro rilancia: “La razza è un costrutto sociale. Se dovessi perder tempo a discutere della mia identità, probabilmente mi descriverei con un’etichetta piuttosto complicata: pan-Africana, pro-nera, bisessuale, madre, artista, attivista. Ma alla domanda: ‘ti identifichi come afro-americana?’ direi di no, che non mi identifico in questo modo. Mi identifico come nera, e nera è una cultura, una filosofia, una visione politica e sociale”. Al di là del fatto che se le stesse cose fossero state dette sull’identificarsi come “bianco” e sulla visione politico-sociale dell’ “essere bianchi” si sarebbe scatenato un inferno con tanto di richieste di licenziamento, arresto, pubblica gogna e quant’altro in nome dell’antirazzismo, si nota una palese contraddizione quando si ritiene che la razza sia solo un “costrutto sociale”, quindi un qualcosa di artificiale e artificioso, ma nella stessa frase si affermi anche che esiste una forte identità quantomeno etnica che identifica l’essere neri tramite una visione del mondo e una cultura. Poi certo, per Rachel si può essere bianchi fuori e sentirsi neri dentro, come lei stessa ebbe a dire in una sua intervista.

Ma al di là dell’estremismo genderista applicato all’etnia, siamo curiosi di sapere quanto le memorie di Rachel raccontino davvero la storia della pasionaria bianco-nera. Racconterà di quando vietava ai genitori biologici di andare a trovarla per non far saltare la sua “copertura” e dimostrare quindi che in realtà era bianca? O di quando presentava il nero Albert Wilkinson come suo vero padre sempre per lo stesso motivo? O ancor meglio parlerà di suo figlio Izaiah, ovviamente nero, magari sorvolando sul fatto che in realtà è il suo fratellino adottivo, adottato dai genitori di Rachel, a cui la brava attivista li ha strappati per poter avere una prole nera e dimostrare la finzione dell’identità etnica? O sulla storia totalmente inventata della sua nascita in un teepee indiano tanto per dare ancora più colore etnico alle sue fantasie, o di quando ha inventato di aver contratto un tumore all’utero nel 2006? Racconterà delle sue denunce come vittima di episodi di odio razziale, denunce che mai hanno trovato riscontro in nessuna indagine? E tirerà in ballo Kurt Neumaier, suo ex collega allo Human Rights Education Institute, che esasperato dalle invenzioni di Rachel ha dichiarato: “In tutti gli incidenti da lei denunciati lei era casualmente la sola testimone di fatti che poi, una volta analizzati, proprio non stavano in piedi”? Probabilmente no. Sarà divertente quindi aspettare l’uscita del libro e vedere come quella che appena due anni fa veniva presentata come un caso quasi comico di patologia psichiatrica e praticamente come un fenomeno da baraccone dai media locali del suo paese, diverrà invece una portavoce mondiale della nuova civiltà e del progresso. Divertente, o forse drammatico.

Carlomanno Adinolfi

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