Roma, 29 apr – Paolo Mieli poteva essere un grande nome della cultura italiana. È una premessa necessaria da cui partire, nel commento che vogliamo esprimere sul personaggio, ben più che sulla (ormai inesistente, purtroppo) sua professionalità. Il teatrino squallido, l’ennesimo, a cui il sedicente storico (di fatto opinionista) ha partecipato ieri sera a PiazzaPulita suscita una riflessione. Probabilmente, definitiva.

Paolo Mieli, un potenziale storico tramutatosi in mesto opinionista

Se si guarda al percorso di studi di Paolo Mieli, beh, non si può che rimanere con l’amaro in bocca. Questo a prescindere da una faziosità – questo è bene ricordarlo – sempre presente nelle esposizioni del giornalista milanese, che ai tempi della direzione del Corriere della Sera non si fece scrupoli addirittura a dichiarare gli intenti di voto in chiave – allora – antiberlusconiana. Ma quello, nonostante tutto, era ancora un altro Mieli. Di sinistra quanto si vuole, ma diverso.

Era un Paolo Mieli capace di approcciare alla complessità del reale facendo tesoro degli insegnamenti del suo maestro ai tempi dell’università: Renzo De Felice. Da De Felice, Mieli aveva imparato la tendenza – per lo meno minima – di interpretare il reale secondo criteri scientifici e oggettivi (per quanto possibile, ovviamente, considerata l’invincibile propensione umana alla soggettività). Ci fu un periodo, dalla fine degli anni Novanta in poi, che parve quasi per Mieli profilarsi la strada dell’imparzialità, con la pubblicazione di La Storia (1999) e Storia e Politica. Risorgimento, Fascismo e Comunismo (2001). Una fase che produsse anche un feroce dibattito sul tema del “revisionismo” tanto caro a chi non vuole, evidentemente, nemmeno studiarla, la storia.

Fino a una decina di anni fa, i commenti di Mieli in televisione erano sovente molto più apprezzabili di altri, oltre che più lucidi. Ricordo in particolare una puntata di Porta a Porta, che trattava i 90 anni della marcia su Roma, in cui il giornalista milanese – ospite di Bruno Vespa – aveva dimostrato di poter analizzare con distacco e misura il fenomeno che condusse, il 28 ottobre del 1922, il fascismo al potere.

Giornalista, opinionista, mai storico

Negli ultimi dieci anni, le pubblicazioni di Mieli hanno seguito il suo appiattimento mediatico. Già ne I conti con la storia (2013) si poteva ricavare un quadro desolante, tra antifascismo inutilmente esibito e mancanza talvolta mortale di analisi. Le sue stesse riflessioni sulla prima guerra mondiale, seguono ormai la scia del più becero conformismo, tanto per cambiare anti-italiano, ma soprattutto lontano dall’approccio oggettivo agli eventi.

Che Paolo Mieli sia uno storico mancato non credo sia nemmeno chissà quale scoperta. Però, da chi si è formato secondo certi criteri, è lecito attendersi qualcos’altro, anche in termini di partecipazione ai media di massa. E fino a un certo punto, Mieli ha espresso questo tipo di approccio. Oggi l’uomo che si vede in televisione, ospite dell’ennesimo talk show sul tema caldo del momento, è solo una immagine sbiadita, intellettualmente povera e corrotta, lontana dalle sue origini potenzialmente accademiche. Perché Paolo Mieli aveva tutto, ogni cosa, per essere un grande storico: formazione culturale, scientifica, conoscenza e curiosità. Ha deciso di rinunciarci, ormai da anni. Qualsiasi sia la ragione, importa molto poco. È solo triste constatarla. Ed è ancora più malinconico dover esclamare: “Che peccato!”

Stelio Fergola

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3 Commenti

  1. “Ci si può domandare perché i giornali di destra, di sinistra, o di centro, non raccontano mai niente degli Ebrei. In quanto ebrei, voglio dire attivamente ebrei, attentamente ebrei, specificamente ebrei e razzisti ?…”
    Quando si decidono a parlarci degli Ebrei, poiché ci si trovano costretti, per caso, lo fanno con infiniti riguardi, un lusso inaudito di precauzioni, di abbaglianti preamboli, con diecimila adulazioni da invertiti: « Questo grandissimo artista israelita era ansioso di riceverci… una bella ascendenza semitica…il grande, geniale e filantropico finanziere della nobile razza dei Rothschild… Il veemente idealismo, la travolgente fiamma, quel fuoco nero che si scopre nelle pupille, a fior d’anima, in questo giovane poeta che l’ardore messianico consuma… ». –

    https://telegra.ph/Il-Cicalante-Eletto-in-Salsa-Internazionale-04-28

    By Louis Ferdinand Celine… Ah ah… ha ah ah…

  2. La ragione importa molto, non molto poco. Mieli non ha mai troncato con il cordone ombelicale familiare dopo anni di pragmatismo “penetrante”. Via il pragmatismo è lui, diamogliene atto.

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