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Totti De Rossi addio identità olimpico capitaniRoma, 29 mag – Ed eccoci qui, in quel famoso “giorno che speravo non sarebbe mai arrivato”. 25 anni. Vuol dire che chiunque abbia meno di trent’anni non ha mai neanche immaginato una Roma senza di Totti. Chi come me ne ha qualcuno in più ha avuto la fortuna di assistere da bambino a quello storico giorno, quel 28 marzo 1993 quando Boskov fece esordire il ragazzino sedicenne gioiello della Primavera e poi a seguirne tutta l’ascesa: dal primo gol al Foggia, agli storici gol in Coppa Uefa, all’esplosione con Zeman, lo “scavetto” agli Europei e poi scudetto, Mondiale, Scarpa d’Oro, gli 11 gol ai derby, il record dei due gol più “anziani” in Champions League. Tutto il percorso da “Bimbo de Oro” a Campione dal valore assoluto e ineguagliato. Altri, più “anziani” di me hanno vissuto tanti anni senza Totti, ma non è che chi sia riuscito ad assistere a una Roma senza di Totti sia poi tanto più pronto degli altri ad affrontare la realtà, la dura realtà che vuole imporci un calcio e una Roma senza il Capitano. Perché un quarto di secolo insieme non è poca cosa, e per chiunque sia tifoso della Roma questo quarto di secolo assume la grandezza di un’epica storia d’amore destinata a finire. Certo, sento già blaterare la plebe che non può capire certe cose. Non è per tutti poter vivere una cosa del genere. Non tutti possono capire lo strazio che lacera l’anima quando il Capitano compie quell’interminabile giro di campo, tra le lacrime sue, le lacrime dei tifosi, le lacrime dei compagni di squadra e quelle dei figli. Non tutti possono capire come quell’interruzione del giro a causa dell’esplosione emotiva, avvenuta proprio tra le note di Giù la Testa, abbia fatto venire in mente proprio la scena finale del film, quando Juan dopo essere diventato parte di qualcosa di più grande della sua semplice vita quotidiana, nel momento in cui perde l’amico che è lo ha portato fin lì si chiede spaesato “e adesso io, cosa faccio?”.



Non tutti possono capire il pianto che accompagna la lettera d’addio ai tifosi, pianto che non si interrompe neanche quando torni a casa, e che ricomincia quando masochisticamente rivedi tutto il video ancora, e ancora, e ancora, o quando come un matto accetti di scrivere il pezzo per il tuo addio, sapendo che farà male, malissimo, ma che in fondo è inevitabile perché quel dolore è solo la prova dell’amore vissuto insieme e in qualche misura provarlo diventa quasi catartico. Già li leggo i commenti sciocchi e banali. Quelli di chi si scandalizza perché “con i problemi che ha l’Italia la gente sta appresso a un miliardario che gioca con la palla” e che quasi sicuramente non hanno mai alzato un dito per la stessa Italia di cui parlano, e che d’altronde non potrebbero perché chi non comprende o chi snobba un tale slancio d’amore non potrebbe comprendere neanche nessuna guerra, figuriamoci quella per “salvare l’Italia”. O quelli che parlano di “distrazione”, sproloquiando di Panem et Circenses senza neanche sapere di cosa parlano, perché i Ludi a Roma erano tutto tranne che una distrazione, erano un rito, un collegamento a una sfera sacrale e divina, un tentativo di trasfigurazione attraverso l’agone sportiva, ma anche questo non può essere capito da chi quel tipo di trasfigurazione non ha mai neanche provato a cercarlo, condannato a una vita orizzontale senza alcun tipo di frenesia dionisiaca e ispirazione apollinea. Peggio ancora leggo di quelli che proveranno a sminuire il giocatore, facendo la figura delle racchie che dicono che la top model più desiderata al mondo in fondo in fondo non è così bella come dicono. O di chi proverà a sminuire l’uomo, perché “chi non può condividere qualcosa di trascinante prova sempre a sminuirla e chi non si può innalzare abbassa gli altri” (cit Gabriele Adinolfi, scusa ma te l’ho dovuta copiare).

Ma in fondo questi commenti hanno lo stesso valore dei vermilingui che nel giorno dell’addio hanno provato a parlare dei rigori sbagliati in carriera, e in fondo anch’essi fanno parte del grande gioco, perché servono a discernere le razze dello spirito.
Ed eccoci alla fine, dunque. Che dire? Sì certo, 786 presenze tutte con la stessa maglia, 307 gol, un numero infinito di assist, lo scudetto, le coppe, il mondiale eccetera, ma questo è freddo calcolo, destinato solo alla statistica. Tu, Capitano mio sei stato altro. No, non sei stato neanche la poesia epica ed estetica dei tuoi cucchiai, dei gol di sinistro al volo, delle punizioni sotto al sette, delle rovesciate in stile Panini, delle tue giocate che mettevano i giocatori in rete e neanche la rincorsa disperata per poter giocare un mondiale pur con una gamba sola – e con una gamba sola vincerlo da protagonista, per aver tirato un rigore decisivo quando il rigorista ufficiale si era girato dall’altra parte fischiettando e per aver fatto, con una gamba sola, il record tutt’ora imbattuto di assist decisivi in una competizione mondiale. Questo, paradossalmente, è il contorno. Tu, Capitano, sei stato il Cuore. Quello stesso cuore che ha palpitato, singhiozzato e che ha aperto più di una crepa in quel tuo ultimo giro di campo, durante la lettura di quella lettera destinata a far piangere anche i tuoi avversari e i tuoi nemici. Sei stato il Cuore di ogni tifoso, che ha battuto all’unisono in una risonanza ancestrale e sinfonica in ogni partita, in ogni sfida. Sei stato l’unità che ha annichilito ogni divisione, ogni barriera. Con te in campo ogni tifoso era in campo, con te in campo si è creata quell’identità tra tifoso, giocatore, squadra e città che ha abbattuto ogni materialità e che ha ricollegato proprio a quell’aspetto un po’ dionisiaco e un po’ apollineo, fondamento di ogni Civiltà, che ha permesso quella trasfigurazione ludica che ci permette di guardare con sereno disprezzo chi parla di “miliardari in mutande mentre l’Italia va a rotoli”.

Soprattutto, sei stato l’ultimo esempio di Fedeltà, di attaccamento, difesa e presa di coscienza di una Identità che non può essere mercificata, burocratizzata, scambiata o annichilita in nome del “calcio moderno”, specchio del triste mondo attuale. Sei stato l’esempio di eroica abnegazione che non vuole mai arrendersi al corrodere del tempo, che ha sfidato l’inevitabile mostrandoci che l’inevitabile non esiste e che può essere sconfitto. Più e più volte, come hai fatto tu per 11 anni di seguito da quel grave infortunio in cui le ombre già provavano a insinuare “è finito” e tu ogni volta rispondevi rete su rete, assist su assist dimostrando “no, sono appena rinato”. Non è un caso che contro ciò che rappresenti, i demoni della desertificazione e dell’abbattimento di ogni verticalità si sono manifestati proprio nel momento del tuo massimo splendore. I costruttori di barriere allo stadio; gli alfieri di un calcio stupido, freddo, numerico, mediocre e mai vincente in cui la squadra diventa “collettivo”, ovvero un mix di teste e ruoli intercambiabili in nome dello “schema”, dove il genio e il carisma non possono aver posto; gli americani con i loro anti-principi etici e sportivi, che ci vorrebbero tutti obesi ciccioni decerebrati con hot dog e cappellino anziché sacerdoti invasati alla ricerca di una trasfigurazione vittoriosa; le banche e i loro giochi tra costruttori e politicanti vari che vorrebbero fare dello stadio una speculazione anziché un Tempio.

Ora esulteranno tutti, proclamando la fine dell’ultimo vessillo di un calcio che non esiste più, dell’ultima difesa di un mondo che loro vogliono appiattire, abbattere, livellare. Eppure, ancora una volta, hai lasciato i semi per la Vittoria contro queste ombre. Lo si è visto nel pianto di Florenzi, “romano de Roma” come te, prossimo campione e prossima bandiera giallorossa il cui pianto era il pianto di tutti noi, un pianto di chi grida a se stesso “non può finire, non finirà, perché resterai sempre con noi”. Lo si è visto nella chiusura ideale del cerchio in cui tu, Capitano quarantenne, hai donato la fascia al piccolo undicenne capitano dei pulcini, il più giovane dei capitani della Roma attuale. In quel gesto in cui Totti vecchio dona se stesso al Totti pulcino, hai abbattuto ogni limite del tempo, dimostrando che quello che hai vissuto, quello che sei stato non può essere solo una favola. È un mito, e come mito va incarnato e va vissuto, ripetuto ciclo dopo ciclo finché non diventi eterno. “Tolgo per l’ultima volta la maglia”, hai detto. Ma ora tu SEI quella maglia. Ogni atomo di quella maglia, ogni fibra di quei colori è intrisa del tuo sudore, della tua storia. Ogni giocatore che indosserà quella maglia, d’ora in poi porterà te in campo, per sempre. E in ogni tifoso che indosserà la sua sciarpa per tifare, ci sarà una parte di te. In campo, in panchina e sugli spalti: d’ora in poi sarai ovunque, per sempre. E nessuno potrà impedirtelo. Alla faccia di chi pensava che quella di ieri fosse la fine.

Carlomanno Adinolfi

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