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lavoro uomini donneRoma, 9 mar – Ma é stata la festa delle donne o la festa contro gli uomini? Domanda non retorica, specialmente se si guarda all’ambito del lavoro. Stipendi più bassi, minore occupazione, rischi contrattuali legati alla maternità: per l’altra metà del cielo lavorare non è certo facile, condizione che non implica però il dover per forza discriminare chi ha la “sfortuna” di essere maschio negli ultimi anni.

Sfortuna, proprio. O meglio: discriminazione, parola che più di tutte si adatta alla serie di idee che sono state partorite nella giornata di ieri. Fra le più originali rientra senza dubbio la proposta lanciata da Alberto Alesina e Andrea Ichino. Il primo, per capirci, è quello convinto che l’austerità in Grecia avrebbe portato alla crescita, come in effetti abbiamo visto, mentre il secondo vanta nel curriculum una tesi di laurea con Mario Monti, vale a dire il principale responsabile dell’esplosione della disoccupazione in Italia. Poteva arrivare da questo connubio una proposta di buon senso? Eccola: far crescere l’occupazione delle donne tassando il lavoro femminile meno di quello maschile. “Molti studi dimostrano che una riduzione anche modesta delle aliquote sul reddito femminile induce un forte aumento dell’offerta di lavoro delle donne, facendo perdere allo Stato poco gettito fiscale”, spiegano i due. Se gli studi sono gli stessi che hanno prodotto le cialtronesche stime e previsioni sulla crescita greca, allora siamo in una botte di ferro.

Con ciò non significa nascondere la testa sotto la sabbia. Perché sì, il conflitto c’é ed é inutile negarlo. Ma affrontarlo discriminando a tutti gli effetti è controproducente, perché crea lavoratori di serie A e altri di serie B. E’ lecito parlare di concorrenza sleale, con le donne considerate alla stregua di minus habens come già accaduto con le quote rosa: uno strumento che ha premiato tutto tranne il merito, dato che ha costretto a cooptazioni forzate solo in virtù della differenza di sesso.

Senza poi considerare che, di fronte a tassi di senza lavoro da nazione avviata verso il sottosviluppo, l’idea di non aggredire il cuneo fiscale (ma, anzi, presumibilmente incrementandolo per qualcuno – gli uomini appunto) è fuori da ogni logica, dato che il carico oggi presente sui contratti rappresenta una delle principali motivazioni alla base di una disoccupazione stabilmente in doppia cifra ed attorno ad un drammatico 40% per i giovani. Se poi vogliamo continuare con le statistiche, cosa ci dicono queste? Che a parità di occupazione, per dirne una, gli incidenti (e i morti) sul lavoro sono quasi esclusivamente una “prerogativa” maschile. Ma siamo quasi sicuri che qui nessuno parlerà di privilegio e non verrà mai proposta alcuna sedicente parità di genere.

Filippo Burla

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