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filosofo francese marxistaRoma, 9 mar – Pochi filosofi hanno avuto l’onore di essere citati in una pellicola a larga diffusione globale. È capitato a Jean Baudrillard: quando Neo, il protagonista di Matrix interpretato da Keanu Reeves, riceve i suoi amici sballoni, all’inizio del film, va a ricercare il programma proibito da vendere loro nel ricettacolo scavato all’interno di Simulacra and simulation. Avrebbe fatto meglio a leggerselo. «Matrix è un po’ il film sulla Matrice che avrebbe potuto fabbricare la Matrice», diceva il filosofo, morto il 6 marzo del 2007, cioè 10 anni fa. Nella pellicola dei fratelli Wachowski, i personaggi o sono nel mondo vero (pieno di riferimenti veterotestamentari, a cominciare dal nome della cittadella dei ribelli, Zion) o sono nel mondo finto, ovvero la Matrice, appunto. Una semplificazione insopportabile, secondo Baudrillard: la realtà, diceva, non viene uccisa celandola dietro l’apparenza di una finzione, bensì rendendola trasparente, ovvero l’esatto contrario.

Nel frattempo, le cose non sono cambiate. Prendiamo i social: tutti noi ci mettiamo a nudo nella piazza virtuale, eppure nulla è mai stato più fittizio. Per la stessa ragione aveva polemizzato con i reality: «Quando tutto è esposto alla vista (come nel Grande Fratello) ci si accorge che non c’è più niente da vedere. È lo specchio dell’appiattimento, del grado zero, dove – contrariamente a tutti gli obiettivi dichiarati – si dimostra la scomparsa dell’Altro, e fors’anche il fatto che fondamentalmente l’essere umano non è un essere sociale. Banalità di sintesi, fabbricata in circuito chiuso e sotto uno schermo di controllo». Essere in anticipo sui tempi, e intanto rifiutare gli omaggi del proprio tempo, è una delle prerogative dei grandi inattuali. Nato da una famiglia campagnola, Baudrillard fu presto notato dai suoi professori, che lo aiuteranno nella sua formazione sino alle soglie dell’Ècole normale superieure, in cui non entrerà mai, preferendo tornare in campagna a fare il contadino. Tornerà poi nell’Accademia, facendosi largo traducendo L’ideologia tedesca di Marx e le poesie di Hölderlin.

Il suo primo libro, Il sistema degli oggetti, arriverà nella data simbolo del 1968, quando Baudrillard ha già 39 anni. Sarà la prima di una serie di opere influentissime: La società dei consumi, Lo scambio simbolico e la morte, La seduzione, Il delitto perfetto. Nel 1973 rompe definitivamente con il marxismo, considerandolo un mero specchio della società borghese. Nel panorama intellettuale francese si ritaglia passo dopo passo uno spazio originale e spesso polemico, come quando attaccherà frontalmente una delle autorità della controcultura in Dimenticare Foucault: l’interessato alzerà le spalle con fastidio, salvo poi fare pressioni, assieme a Deleuze e Guattari, affinché il testo non venisse pubblicato negli Stati Uniti. La sua denuncia della «nullità pretenziosa dell’arte contemporanea» gli fa inoltre perdere la rubrica di cui disponeva presso il quotidiano Libération. Sullo stesso tema, scatenerà reazioni furibonde per aver lasciato che il suo testo Il complotto dell’arte fosse ristampato da Krisis, la rivista di Alain de Benoist, in un celebre numero contro gli artisti contemporanei che verrà messo all’indice come una risorgenza del nazismo eterno. Polemiche con cui Baudrillard andava a nozze: possibile, si chiedeva, che «non si possa proferire qualcosa di insolito, insolente, eterodosso o paradossale senza essere automaticamente di estrema destra (il che, bisogna dirlo, è un bell’omaggio all’estrema destra)? Perché tutto ciò che è morale, conforme e conformista, e che era tradizionalmente a destra, è passato a sinistra?». Alla sinistra e ai suoi complessi di superiorità dedicherà La gauche divine, diario caustico di un ambiente politico che si vuole sempre più immacolato, puro, perfetto mentre là fuori il mondo e il popolo gli voltano le spalle sghignazzando. La sinistra, diceva, è oggi «spogliata di ogni energia politica» ed è quindi diventata «una pura giurisdizione morale, incarnazione dei valori universali, campionessa del regno della Virtù e tenutaria dei valori museali del Bene e del Vero». La gauche, aggiungeva, è passata dal senso della storia alla morale della storia, una «morale della Verità, del diritto e della buona coscienza, grado zero della politica e senza dubbio il punto più basso della genealogia della morale».

Pur non amando Le Pen (si parlava di Jean-Marie, all’epoca), amava demistificare le varie crociate antifasciste contro di lui. Lui, che fascista non era mai stato, non aveva paura di riconoscere nel fascismo una «resistenza profonda, irrazionale, folle magari, che non avrebbe suscitato un’energia di massa, se non avesse resistito a qualcosa di peggio». Si occuperà anche dell’omicidio di Ferida e Valenti, i due divi cinematografici della Rsi trucidati dai partigiani, di cui dirà che la loro colpa imperdonabile non era tanto la collaborazione coi fascisti, quanto piuttosto la loro bellezza. Seguiranno risposte piccate, fra gli altri da parte di Giorgio Bocca. Negli ultimi anni non si stancherà di denunciare lo sterminio della differenza e il trionfo dell’omologazione in quella che egli definirà «l’era del Transessuale», inteso come figura che assorbe in sé, e quindi neutralizza, l’alterità. Non stupisce che abbia finito per polemizzare con i fratelli Wachowski, nel frattempo diventati sorelle dopo un duplice cambio di sesso. Baudrillard, piuttosto, è andato a ripescare un romanzo fantascientifico italiano del 1936, Il mondo senza donne, di Virgilio Martini, nel quale si descrive lo sterminio della popolazione femminile grazie a un virus creato in laboratorio da scienziati omosessuali e misogini. «L’idea chiave», commenterà il filosofo francese, «è quella di uno sterminio della femminilità – allegoria terrificante dello sterminio di ogni alterità, di cui il femminile è la metafora, e forse qualcosa di più della metafora. Ciò di cui siamo vittime, e non allegoricamente, è un virus distruttore dell’alterità». Semmai verrà trovato un antidoto, Baudrillard farà sicuramente parte della ricetta.

Adriano Scianca

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