Roma, 20 ago – I dati sulla disoccupazione, che l’Istat vorrebbe in costante decrescita? A parte la bontà dei numeri – tutti comunque da verificare viste le modalità di raccolta delle informazioni – c’è infatti anche un aspetto di tipo qualitativo da tenere in considerazione. Vale a dire: come si sta creando lavoro, e a quali condizioni?

A venirci in aiuto, tracciando un quadro decisamente inquietante, è uno studio pubblicato dall’agenzia europea Eurofond, che ha analizzato i dati sui cambiamenti del mondo del lavoro e, soprattutto, delle politiche salariali, nel periodo della crisi. I risultati sono drammatici: in Italia i posti di lavoro che si perdono vengono sostituiti da posizioni sempre meno qualificate e con stipendi sensibilmente più bassi. Risultato? Si creano dei potenziali poveri, mentre la classe media – pilastro essenziale per un’economia nazionale – viene sempre di più progressivamente a ridursi. C’è d’altronde occupazione o occupazione: lo sanno bene ad esempio i democratici americani, che sono riusciti a perdere la Casa Bianca nonostante – numeri alla mano, statistiche ufficiose comprese – la ripresa nei posti di lavoro ottenuta grazie alle politiche di Obama. Peccato che i nuovi contratti avviati fossero a condizioni talmente peggiorative rispetto ai livelli pre-crisi che quasi tutti coloro che ne hanno sottoscritto uno abbiano poi votato in massa per Trump.

La dinamica è comune, sia pur a macchia di leopardo, in tutta Europea, specialmente in Italia che condivide con Malta il triste primato del miglioramento delle statistiche che alla prova dei fatti si rivelano qualitativamente debolissime: “La crescita dell’occupazione fra 2011 e 2016 – spiegano gli estensori dello studio – è stata fra i lavori meno pagati“. Nulla di nuovo: si chiama svalutazione interna. Per salvare la permanenza dell’Italia nell’eurozona, nell’impossibilità di far aggiustare automaticamente il cambio l’unica strada percorribile era quella di puntare su salari più bassi, disoccupazione più alta e tagli allo Stato Sociale. Monti è riuscito perfettamente nell’intento, peccato che abbia rubato il futuro ad un’intera generazione.

Non bastasse ciò, a gettare il carico ci ha pensato una buona dose di lavoratori stranieri che hanno dimostrato sapersi accontentare di condizioni di lavoro ancora più infime. A sottolinearlo è lo stesso rapporto, la cui fonte non è propriamente tacciabile di razzismo o quant’altro: “In Italia – si legge – la maggior parte della crescita dell’occupazione è avvenuta in lavori a basso salario, a esserne responsabili sono soprattutto i non nativi.” Sostituiti e mazziati.

Filippo Burla

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