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Roma, 19 lug –  Per una singolare coincidenza, ammesso che le coincidenze esistano, il cambio di nome del principale parco di Latina fino a oggi dedicato ad Arnaldo Mussolini, fra i pionieri della tutela ambientale nel nostro Paese, avviene esattamente nel giorno in cui, a Roma, venivano celebrate le Lucarie, ovvero le feste consacrate ai luci, ovvero ai boschi. Le Lucarie erano dedicate alle divinità boschive in genere e le relative spese erano sostenute col ricavato del taglio dei boschi sacri. Il sacrificio e le solennità celebrate il 19 luglio si rinnovavano, con un giorno di intervallo, il 21 luglio. Il giorno precedente alla prima data di queste feste, il 18 luglio, era chiamato dies Alliensis a ricordo della giornata al fiume Allia, ove i Romani erano stati sconfitti dai Galli. Tale giorno fu dichiarato funesto e in esso non si dovevano compiere atti di vita pubblica. Festo mette in relazione le Lucarie con il dies Alliensis, e dice che si celebravano in un bosco tra la via Salaria e il Tevere, identificato con il bosco ove i Romani avevano trovato rifugio dopo la sconfitta dell’Allia.

Protagonista di questo giorno sacro è quindi il lucus, il bosco fitto, la natura selvaggia, così intricata da non lasciar passare i raggi del sole. Un luogo che ai romani suscita timore e devozione: si tratta della sede di un sacro non padroneggiato, a differenza di quello che anima i luoghi della città, e nel quale bisogna quindi addentrarsi con rispetto. Catone spiega che quando si vuole diradare un bosco sacro “secondo il costume romano” (romano more) occorre prima offrire in sacrificio un maiale e pronunciare la formula di rito: “Dio o Dea, chiunque tu sia, a te, a cui è sacro questo bosco, dal momento che è tuo diritto ricevere in espiazione un maiale, perché si fa violenza a questo luogo sacro […] io ti invoco con giuste evocazioni, affinché tu sia benevolo e propizio a me”. Secondo i trattati agronomici antichi, il periodo in cui cadono le Lucarie era quello in cui bisognava bruciare le sterpaglie. Ma non bisogna dimenticare che, nei primi anni di sviluppo dell’Urbe, il disboscamento non aveva solo una funzione agricola, ma serviva anche per far posto agli insediamenti cittadini. Compiere questa operazione in accordo con gli Dei significava quindi contribuire in modo determinante alla Pax Deorum, a quell’equilibrio tra umano e divino che fece la fortuna di Roma. A queste considerazioni bisogna aggiungere che, per i romani, alcune piante in particolare erano arbores felices, ovvero “alberi di buon augurio”. Nell’elenco figurano la quercia e la vite, strettamente legati a Giove, il loto italico, il corniolo, forse sacro a Marte, e l’olivo. Il rinnovamento del fuoco nel tempio di Vesta, che avveniva il 1° marzo, poteva avvenire per mezzo dello sfregamento di legni esclusivamente provenienti da arbores felices.

È peraltro probabile che, in origine, lucus stesse a indicare una radura naturale in mezzo al bosco, per poi passare a designare quest’ultimo, paradossalmente proprio nelle sue parti più fitte dove non passava la luce del sole. Bisognava, allora conclucare, ovvero disboscare, aprire una radura, e così facendo fare passare i raggi del sole. In questo modo la presenza numinosa oscura, misteriosa che aveva dimora nella boscaglia incontaminata lasciava spazio alla religiosità ordinata e luminosa, tipica dello spazio ordinato dall’uomo. Come si vede, la mentalità romana implica, senza alcun “proibizionismo” reazionario, tanto il rispetto della natura quanto la possibilità di trasformarla. Cosa che, peraltro, Roma ha fatto in abbondanza, a volte anche eccedendo. È soprattutto in occasione delle guerre puniche che, data la necessità di costruire una flotta che potesse competere con quella di Cartagine, i romani cominciarono un’intensiva opera di disboscamento degli Appennini centro-meridionali. La cosa non fu senza conseguenze per l’equilibrio ecologico: il clima si fece più caldo e più asciutto, le montagne furono più soggette a frane, i fiumi esondarono più spesso. Fu comunque il prezzo da pagare per vincere la “guerra santa” contro l’anti-Roma.

Anche se l’Urbe era sprovvista di una vera mentalità “ecologica” – come del resto accade per tutti i popoli pre-moderni, malgrado uno stereotipo suggerisca il contrario – non mancarono interventi a protezione dell’ambiente. Pensiamo agli interdicta, dei provvedimenti d’urgenza emanati dal pretore emessi nei confronti di chi avesse posto in essere comportamenti lesivi del territorio, ritenuto un bene comune appartenente al populus romano. Che, del resto, poteva essere difeso anche dalle actiones populares dei singoli cittadini che si ergevano a difesa dei beni comunitari. Va notato, inoltre, come non furono pochi gli intellettuali dell’epoca che ebbero a lamentarsi per l’eccessivo sfruttamento della natura e la crescente insalubrità di vaste aree della città di Roma. Dice Plinio: “Tentiamo di raggiungere tutte le fibre intime della terra e conduciamo la vita sopra una terra ove abbiamo prodotto cavità , meravigliandoci che talvolta essa si spalanchi e si metta a tremare, come se ciò non potesse essere prodotto dallo sdegno delle nostra sacra genitrice”.

Adriano Scianca

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