Roma, 13 gen — Le statue che rappresentano donne, in Italia, sono poche e tutte iper-sessualizzate. L’altra metà del cielo è rappresentata «spesso e volentieri in abiti discinti o nude, giovani, magre, belle, sessualizzate e spesso ai piedi di uomini o in ruoli ancillari». A sostenerlo ovviamente non è chi vi scrive, ma l’associazione Mi Riconosci, formata da archeologici, storici dell’arte, tecnici, antropologi e il resto dei professionisti dei Beni Culturali.

Il dossier sulle statue femminili

E’ stata proprio Mi Riconosci a partorire un dossier dal titolo Indagine nazionale sui monumenti pubblici femminili, nel quale viene denunciata la scarsità di statue dedicate a figure femminili. Non solo, specificano due delle autrici del malloppone, «il 91% delle 171 statue femminili che abbiamo censito (di cui oltre la metà realizzata dal Duemila in poi) è opera di uomini e solo il 4% di donne. È quindi chiaro che al momento la rappresentazione delle donne nello spazio pubblico è una questione da uomini». O forse, semplicemente, le donne sono meno interessate degli uomini alla scultura?

Quelle statue troppo pettorute 

C’è poi il problema della «sessualizzazione delle statue». L’elenco dei monumento messi all’indice perché troppo pettoruti o discinti è infinito: le giornaliste Ilaria Alpi e Maria Grazia Cutuli ritratte nude, passando per la Lavandaia di Massa detta «Puppona», e la controversa e chiapputa Spigolatrice, recentemente al centro di un vero e proprio vortice mediatico. Per arrivare alla Violata di Ancona, eretta a ricordo di «tutte le donne vittime di violenza» ma ritenuta troppo morbosa: vestiti stracciati, sedere e décolleté in clamorosa vista.

Terrore del bello

L’occhio vigile delle calviniste 2.0 scansiona meticolosamente ogni piega delle vesti, ogni allusione, ogni centimetro di glutei in eccesso. Donne troppo giovani, troppo belle, troppo magre, troppo apprezzate dall’occhio maschile. Il problema, infatti, non sta nelle chiappe al vento. Il problema è che le chiappe sono di donne belle e magre. Il problema è la bellezza. Se la Spigolatrice fosse ritratta come una cicciona alla Botero la Murgia si sarebbe già recata a Sapri a fare la ola.

E lo spiegano apertamente: «Oltre che nude, o in abiti discinti o succinti, le statue femminili ritraggono donne giovani e belle. Quasi sempre, anche quando vogliono ricordare donne morte anziane o da celebrare per meriti raggiunti nella maturità. La statua a Milano di Cristina Trivulzio Belgiojoso ne è esempio: la donna rappresentata sembra una 18enne, è giovane, magrissima e anche un po’ civetta. Peccato che la Belgiojoso quando è morta avesse 63 anni e fosse da ricordare per l’impegno patriottico dei suoi quarant’anni». 

La “questione patriarcale”

Tutta questa crocifissione delle forme femminili e della gioventù nei monumenti sembrerebbe più una faccenda di scarsa accettazione della vecchiaia e della bruttezza, di vecchie ferite mai rimarginate, di ex che ti hanno lasciato per una più bella, di sentirsi in competizione con femmine esteticamente più gradevoli. Ma loro ne fanno invariabilmente una questione patriarcale, parola magica e prezzemolina, che sta bene un po’ con tutto. «La storia dell’arte è una storia di uomini che guardano e ritraggono le donne. Anche guardando al passato vediamo infatti corpi femminili più o meno sessualizzati.
Sono opere di uomini per uomini, senza che le donne ritratte avessero voce in capitolo». Dei milioni di donne che dall’alba dei tempi osservano e apprezzano le forme femminili «scolpite da uomini per gli uomini», le autrici del dossier non fanno menzione. Perché per loro queste donne non esistono e se esistono, evidentemente sbagliano a non sentirsi offese. E se non si sentono offese, è solo perché sono inconsapevolmente imbevute di «sessismo interiorizzato», cioè un cancro da estirpare. Sarà ma a noi queste femministe ricordano tanto il padre-padrone di patriarcale memoria che ti impone cosa pensare e come comportarti. 
Cristina Gauri

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2 Commenti

  1. Nient’ altro che compagne pesantemente tradite dai… compagni materialisti. Prova ne è che da anziane si “tarroccano” di meno e in questo ci guadagnano ma il loro cuore e l’ anima si dimostrano molto ma molto meno disponibili …

  2. Come insegnava lo zio Friedrich, il sentimento del mondo egalitario è in sé una visione nascente dal “risentimento” di mediocri e/o malriusciti.
    Come il cristianesimo è la religione nata dall’odio dei “perdenti” della storia per tutto quanto (la Grecia, Roma e le “genti eroiche” di vichiana memoria) si è storicamente affermato dicendo “sì alla vita” e come il socialismo è la trasposizione politica della “morale degli schiavi” contro tutto quanto sta in alto e genera verso l’alto (l’aristocrazia e tutto il suo mondo artistico), così il femminismo originariamente altro non è se non il parto di donne che non hanno mai avuto o non hanno più il naturale privilegio della bellezza.

    Temo però che oggi dietro questo tipo di polemiche si celi pure la specialità prettamente femminile di sputare sui propri privilegi. La donna ha il privilegio (di natura e QUINDI di cultura) di essere amorosamente disiata, socialmente accettata e universalmente mirata da tutti e al primo sguardo per quello che è (bella: quando manca la bellezza supplisce l’illusione del desiderio), senza bisogno di mostrare obbligatoriamente altre doti o compiere particolari imprese, cui sono invece costretti i “cavalieri” (i quali senza esse restano puro nulla, socialmente trasparenti e negletti dal sesso opposto).
    Il colmo dei tempi moderni è che anche le donne non vecchie né brutte, proprio mentre si tengono ben strette questo privilegio (sfruttandolo senza limiti remore né regole in ogni tempo e luogo), lo considerano una “discriminazione”, lamentandosi, appunto di “essere ritratte troppo giovani e belle”. Magari capitasse a me di avere una donna-scultrice tanto attratta da quello che sono da scolpirmi bello e giovane come un dio greco!
    Non colgono che, semmai, avere avuto tanti artisti uomini è stata semplicemente parte del nostro umano e disperato (e per questo bello a volte fino al sublime) tentativo di bilanciare il loro privilegio: fingere col Foscolo di poter dare la “vita eterna” alle donne amate tramite la poesia (tanto da trasformare ragazze normali in Bellona, Venere e Diana) o figurarsi con John Keats che la chiusa perfezione dell’opera d’arte possa rendere “per sempre così bella” la fanciulla altrimenti destinata prima o poi alla corruzione del tempo e della morte sono modi non solo per generare una bellezza artistica e poetica in grado di “sfidare i secoli” e di “vincere di mille secoli il silenzio”, ma anche per sentirci per una volta anche noi “parte” di tale bellezza (in questo caso come artefici anziché come “creature”).
    Ora le donne, con l’idiozia della “parità di genere” estesa pure all’arte (che bestemmia e soprattutto che ingiustizia!) vorrebbero pure cancellare per noi tale consolazione, a costo di raggiungere l’apice dell’autoreferenzialità pretendendo di essere contemporaneamente soggetto ed oggetto di desiderio e di arte. Un tipico esempio di prepotenza matriarcale (quella che non vuole lasciare nulla di vitale al maschio) e di sadismo estetico (quello di chi vuole mostrare la bellezza come qualcosa di irraggiungibile per l’uomo).

    Quanto alle brutte e alle vecchie che odiano la bellezza (e vorrebbero bacchettare gli uomini i quali la perseguono) solo perché da esse mai posseduto o da tempo perduta, per loro c’è già la vita a confutarle.
    Per quanto mi riguarda, da petrarchista militante ed esteta dannunziano, continuerò a fare la guerra per la bellezza, come gli Antichi Greci e romantici tedeschi. Non si azzardino le subumane femministe e i loro zerbini più o meno introdotti nelle attuali sedicenti “elites”, a minacciarmi (magari “accademicamente”), a provare a farmi sentire in colpa o difetto per il desiderare la bellezza e soprattutto non provino ad ostacolarmi socialmente/economicamente/legalmente nel perseguirla. Non hanno capito chi hanno davanti e non sanno cosa rischiano (loro e chi le protegge/sostiene/sovvenziona). La mia è una guerra che, proprio perché legata al più profondo e vitale dei bisogni, non conosce né paura né pietà. Sono anche io a mio modo un “poeta guerriero”. Che sta combattendo il proprio Jihad!

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