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longanesi_h_partbRoma, 3 ago – Pochi, se non addirittura uno solo, nella storia della letteratura, del giornalismo, della comunicazione, della grafica, dell’editoria italiani hanno saputo apertamente coniugare sortite antimoderne, per non dire reazionarie, con uno sconfinato slancio verso l’innovazione. A raccontare la vita rocambolesca, animata dal gusto per la libertà, l’eresia e la provocazione, di questo innovatore arriva ora nelle librerie la biografia di Francesco Giubilei, Leo Longanesi. Il borghese conservatore (Odoya, pp. 214, euro 18).
Famoso per le sue battute e per l’attitudine alla canzonatura Longanesi, nato nella romagnola Bagnacavallo nel 1905, per ragioni anagrafiche non fa in tempo a prendere parte alla Grande Guerra ma trova ben presto occasioni per trovarsi nemici grazie alla penna e alla scrittura. Fascista radicale e rivoluzionario ma mai conformista, non manca di farsi chiudere dalla censura del Duce uno degli esperimenti che scuoteranno dal torpore il giornalismo nostrano.
Nel 1937 esce in edicola Omnibus, il primo rotocalco italiano corredato da vivaci inserti fotografici, simile agli odierni Oggi o Vanity Fair. Longanesi non immagina però che di lì a due anni la sua creatura cesserà le pubblicazioni malgrado il successo di vendite: quarantaduemila copie solo il primo numero.
Purtroppo l’irriverenza sua e delle firme di punta come Mario Missiroli, Dino Buzzati, Alberto Moravia, Elio Vittorini, Indro Montanelli, Mario Soldati, Mario Maccari, Eugenio Montale ma anche Joseph Roth o D.H. Steinbeck non perdona. La proverbiale goccia la stilla Alberto Savinio, fratello non meno geniale anche se dimenticato di Giorgio de Chirico, quando mette alla berlina Leopardi “morto per cacarella” a causa dei troppi sorbetti trangugiati a Napoli.
Il suo guizzo antimoderno contro “la radio, la TV, il frigidaire, Marlon Brando, il latte in scatola, il provvisorio, il facile, il futile, il morbido”, come scriverà nel 1956, non distoglie Longanesi dalla passione per il cinema. Abbozza sceneggiature per Batticuore di Mario Camerini e Quartieri alti e Donne e briganti di Soldati fino a pensare di dirigere lui stesso Dieci minuti di vita con Gino Cervi, Vittorio de Sica e Clara Calamai senza ultimarlo a causa della guerra. Arriva addirittura a progettare, nel dopoguerra, un trasferimento in America per ritagliarsi un suo spazio nell’industria hollywoodiana. Ma la vita lo spinge lungo altri sentieri.
La fine del conflitto lo porta a Milano dove, con il contributo dell’industriale Giovanni Monti, inaugura la casa editrice che reca ancora oggi il suo nome e che nel giro di qualche tempo compete con giganti come Rizzoli e Mondadori. Dal genio editoriale di Longanesi e dall’attività di scouting dell’americano ed ex ministro con D’Annunzio a Fiume, Henry Furst, arrivano Il deserto dei tartari di Buzzati, Tempo di uccidere di Flaiano, Il cielo è rosso di Giuseppe Berto per non dimenticare Jünger, Spengler, Russell e molti altri.
Lo spirito anarchico di Longanesi entra presto in attrito Monti e gli fa perdere la casa editrice. Ma non demorde e nasce così il Borghese, il periodico pronto a presentarsi da destra come il contraltare del Mondo di Mario Pannunzio. Arrivano in soccorso le penne dei Prezzolini, degli Ansaldo e addirittura di uno Spadolini a sbertucciare e il malcostume e i vizi dei politici di allora. E pure in questo caso il successo di lettori non manca. Epperò l’intraprendenza di Longanesi non finisce qua malgrado si spenga, appena cinquantaduenne, nel 1957.
La sintonia con le innovazioni del moderno la può coltivare solo un convinto antimoderno. Da qui arriva la propensione di Longanesi a proporsi come pubblicitario e copywriter. Chi non ricorda il motto del Cynar “contro il logorio della vita moderna”? O lo slogan “come natura crea, Cirio raccoglie”? Ebbene escono dalla vulcanica mente del giornalista e editore romagnolo. Così come le campagne pubblicitarie per Olivetti, Pirelli e Piaggio con la sua Vespa che Longanesi contribuisce a elevarla a simbolo dell’incipiente boom economico che soprende l’Italia alle porte degli anni Sessanta.
“Torno subito”: così avrebbe voluto l’epitaffio sulla sua tomba, Longanesi. Purtroppo così non è stato e forse, proprio perché non è tornato, il giornalismo e l’editoria italiani oggi languono e cercano ancora un suo epigono.
Simone Paliaga





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