Il Primato Nazionale mensile in edicola

Roma, 26 ott – In un’eloquente illustrazione di propaganda maoista è rappresentato un gruppetto di Guardie Rosse intento a distruggere i simboli del potere “reazionario” mentre agita fanaticamente il “Libretto Rosso” di Mao Tse-Tung. L’immagine in questione sintetizza il senso della cosiddetta Rivoluzione Culturale, inaugurata da Mao nel 1966, in risposta al crescente peso delle correnti “reazionarie” e riformiste interne al Partito comunista cinese. Con tutta probabilità si trattò del colpo di coda di un leader oramai gradualmente marginalizzato e che nel corso del tempo aveva operato scelte contraddittorie o dannose per il paese.

Fondata nell’ottobre 1949, la Repubblica popolare cinese fu il risultato di una lunga e violenta guerra civile che aveva diviso la Cina in fazioni guidate da numerosi signori della guerra. Mao e i suoi fedelissimi avevano conquistato il controllo del Partito comunista nel corso della Lunga Marcia (1934-1935), dimostrando una grande capacità strategica unita a una tenacia non comune nel tenere testa all’esercito nemico, guidato da Chiang Kai-Shek.

Il potere del Partito comunista cinese si caratterizzò per una concentrazione verticistica del controllo su ogni aspetto della politica nazionale, al cui centro si collocava il ruolo e la figura di Mao. Per molti anni egli fu la guida politica e filosofica della Cina popolare, nonché il rappresentante della corrente marxista-leninista “ortodossa” in seno al partito. Con la “Campagna dei Cento fiori” (1956) i maoisti puntarono non solo a dare ampio stimolo all’attivismo politico, ma soprattutto a far uscire allo scoperto tutti i dissidenti, i revisionisti e i reazionari. Il comunismo cinese infatti si caratterizzò per una forte avversità nei confronti del comunismo sovietico, perciò lo scopo di Mao e dei suoi fedeli era quello di marginalizzare il peso dei cosiddetti riformisti, cioè i filorussi in seno al PCC.

Con il “Grande balzo in avanti” iniziato nel 1958, processo di industrializzazione a tappe forzate, la Cina fece invece un salto indietro di decenni a causa di una pesantissima carestia che colpì il paese nel 1960 a causa delle politiche scriteriate della dirigenza. Il danno a livello ecologico fu devastante e naturalmente le morti nella popolazione più povera altissime. Il maoismo, come tutti i regimi comunisti, riuscì nella difficile opera di rendere tutti (a parte i dirigenti, beninteso) uguali, livellando verso il basso, impoverendo e vessando un popolo che di fatto conobbe quarant’anni di oscurantismo ipocrita (i capi partito e i loro figli studiavano spesso nei paesi occidentali) e repressione brutale.

Ultimo atto rivoluzionario, ufficialmente spontaneo ma in realtà ben organizzato e pianificato dal vertice di potere, fu appunto la Rivoluzione Culturale che, facendo affidamento sul fanatismo di giovani studenti, mirava a colpire oppositori e dissidenti veri o presunti e a distruggere tutti gli aspetti della cultura tradizionale (reazionaria) cinese (taoismo, confucianesimo, legami familiari, letteratura non ortodossa ecc.) accusata di essere la causa dell’arretratezza della nazione.

La Cina di oggi dimostra quanto quell’accelerazione iconoclasta si sia rivelata in realtà inconcludente. Non da oggi ma già dopo la morte di Mao infatti si è fatta largo una graduale riscoperta e rivalutazione del confucianesimo come sistema di pensiero in grado di armonizzare una società piena di squilibri e fratture interne di natura economica, sociale, generazionale. Il confucianesimo è infatti stato gradualmente recuperato in toto dall’apparato del Partito comunista, al punto che oggi Xi Jinping non esita a presentare la Cina come un paese che ha fatto della capacità di unire il pensiero di Mao, la tradizione confuciana e il liberalismo di mercato il suo più importante punto di forza. Nonostante la chiusura e distruzione dei templi, il rogo di libri “reazionari”, gli arresti di religiosi e filosofi e via elencando, la tradizione millenaria cinese viene oggi in qualche modo fortemente rivalutata. Segno che nella gran parte del popolo questa memoria culturale non è mai venuta meno.

L’eredità del maoismo nella Cina di oggi si fa naturalmente sentire in un potere centralizzato e rigidamente organizzato che però deve fare i conti con una corruzione endemica che rischia di delegittimarlo, nonché con una serie di conflitti religiosi e regionali latenti dal potenziale esplosivo. Se da un lato il PCC ha posto un uomo solo al comando affiancato dai suoi fedelissimi, e il recente Congresso del Partito non ha fatto che confermarlo, dall’altro Xi Jinping e i suoi predecessori hanno voluto porsi in una sorta di continuità di potere che si richiama a quella degli antichi regnanti. «Deng ha voluto saldare il legame tra la vecchia generazione dei rivoluzionari (i padri fondatori della nazione) e le generazioni che si andavano avvicendando nel governo del paese in un’ottica di continuità e stabilità ideologica e politica coerente con la tradizionale visione ciclico-dinastica cinese» (M. Scarpari, Ritorno a Confucio, Il Mulino).

Questi richiami velati o palesi che siano all’eredità culturale “classica” non sono di poco conto, dal momento che la Cina si propone di divenire nell’arco dei prossimi decenni una superpotenza alla pari con gli Stati Uniti d’America, con cui peraltro si prevede un conflitto entro il 2030. Curiosamente la netta opposizione maoista per i riformisti ha visto prevalere proprio queste correnti a partire dal governo a guida Deng Xiaoping, con cui la Cina ha iniziato ad aprirsi al mercato mondiale. Quella scelta, come si è sommariamente evidenziato, fa il paio con altre scelte impossibili sotto il governo di Mao.

La Cina maoista si presentava come un modello alternativo di sviluppo, una sorta di terza via rivolta a tutti i popoli sottosviluppati e afflitti dall’imperialismo statunitense e che al contempo non vedevano nell’Urss una potenza affidabile. Nella propaganda maoista la lotta anti-imperialista si ridusse in realtà molto spesso a campagne rivolte a ricompattare una situazione politica divisa e conflittuale. Della retorica anti-imperialista oggi resta poco, anche perché la Cina stessa sta operando a livello internazionale attraverso una sorta di colonialismo soft con cui sta espandendo i suoi interessi oltremare in Africa, fino ad arrivare ad alcuni hub portuali strategici italiani e greci.

Un aspetto che per certi versi è rimasto invariato nel corso del tempo è invece la credenza nell’unicità del modello di sviluppo cinese. Il maoismo di per sé contraddisse nei fatti il dogmatismo marxista che considerava il comunismo possibile solo in paesi largamente industrializzati. La Cina di allora era infatti una nazione prevalentemente agricola e gli stessi quadri dirigenti erano spesso cresciuti in famiglie contadine. I termini della questione sono oggi mutati ma la sostanza è la stessa: la Cina si proietta nello scacchiere mondiale come un sistema politico del tutto peculiare che prevede uno sviluppo tecnologico ed economico basato su cardini culturali e spirituali ben precisi.

L’eredità del comunismo maoista è oggi molto problematica. La Cina ha infatti dovuto fare i conti con gli errori e i danni anche molto gravi causati dal “Grande timoniere” senza però doversi trovare nella difficile condizione di rigettare il fondatore stesso della Repubblica popolare. Senza voler qui seguire il cammino di “redenzione” tracciato da certi maoisti delusi, si può in tutta serenità riconoscere nel maoismo uno strumento di lotta politica efficace e adatto al contesto storico dell’epoca. Lo stile sobrio e duro che trasmise ai suoi militanti permise al PCC di superare prove durissime e consentì in seconda battuta scatti di vero furore rivoluzionario, per quanto effimeri e drammatici. L’insegnamento ancora valido dell’opera di Mao è che nessun esercito, per quanto sbandato e fiaccato, sarà sconfitto se saprà operare con volontà inflessibile per il raggiungimento della vittoria.

Francesco Boco

2 Commenti

  1. …chiacchiere…La storia dimostra il totale fallimento dell’ideologia comunista…In qualsiasi modo si è ”vissuta”, tale idea ha portato al totale fallimento..Gli unici che ci guadagnano/guadagnavano erano i capi & capetti ”rivoluzionari” il cui motto segreto era: ”caro compagno tu lavora che io magno”…..

    • La realtà cinese dice tutt’altro. Oggi la Cina
      , nata dalla rivoluzione comunista,compete con le maggiori potenze industriali del mondo e il popolo cinese ne beneficia a piene mani.
      La Cina si è aperta ai mercati con grande slancio imprenditoriale e nel giro di una sola generazione si è portata su posizioni di parità con il colosso USA .

Commenta