Roma, 8 nov – Una serie di casi di cronaca nera legati alla droga hanno rinnovato l’attenzione per lo squallore e il degrado che accompagna questi contesti. Per la necessità mentale di dover distribuire le colpe morali, si punta il dito contro lo spacciatore e si mostra pietà per la vittima. Sul piano oggettivo, – e questo renderebbe ancor più giustizia alle vittime – dobbiamo riflettere sul fatto che i fattori di rischio principali non sono quelli che portano la droga a contatto con le persone, ma quelli che attraggono le persone alla droga. Poiché le persone in generale tenderebbero a star bene e sopravvivere, colpisce che invece si riducano in condizioni di rischio, incuria e vittimizzazione.

C’è il caso della ragazza che scappa dalla comunità, e una volta arrivata a Roma ottiene ospitalità in casa di uno sconosciuto che le procura droga. C’è il caso della ragazza fuggita di comunità che finisce in casa di un gruppo di spacciatori, ed è poi trovata fatta a pezzi in una valigia. C’è il caso della ragazza che vaga per un quartiere e poi è trovata morta in un luogo abbandonato dopo aver subito violenze in probabile stato di coma. Umanamente si comprende che, per difendere la memoria pubblica dei morti, si usi l’argomento che la vittima “non era tossicodipendente”, ma il fatto che uno lo sia non significa riconoscergli una colpa, ma capire la dinamica di ciò che avviene.

Se c’è qualcuno che si è approfittato, non lo ha fatto predando a caso, ma – ed è forse ancora più triste – utilizzando delle esche per attirare vittime specifiche. Questi posti diroccati, arredati con materassi luridi e coperti dai rifiuti di bivacchi, non esprimono un “gusto” per il degrado, ma l’inevitabile conseguenza della ricerca di posti in cui rimanere a drogarsi, senza prevedere altro, e senza avere tempo o mente per organizzare altro.

La dipendenza è effettivamente un’esca efficacissima, e per giunta viene dall’interno, cosicché non è necessario faticare per poter manipolare l’altro. Chi inizia a drogarsi, non va appositamente a cercare contesti come questo, e all’inizio lo fa in ambienti sicuri, con persone fidate. Di solito quando i genitori scoprono che la persona fa uso di eroina, la cosa è probabilmente già nello stadio della dipendenza, e il primo uso risale a un paio d’anni prima, senza che ci fossero motivi per accorgersene. Il fatto che il problema sia recente non deve portare a equivocare che sia recente l’uso, ma significa che lo è il passaggio alla dipendenza.

I comportamenti delle persone tossicodipendenti hanno una loro logica, anche se si tratta di una logica connessa ad un cambiamento “patologico” del desiderio della droga. Non stiamo parlando di chiunque, di qualsiasi droga, e di qualsiasi momento della storia di queste persone. Parliamo di quando si è sviluppata la tossicodipendenza: da quel momento in poi le persone sono soggette a comportamenti che le mettono anche a rischio di vari incidenti e complicazioni, di per sé non legate direttamente alla droga, ma alla tossicodipendenza.

Sappiamo ad esempio che il rischio di trasmissione dell’hiv (e altre malattie) è alto tra i tossicomani, e che la causa principale è costituita dallo scambio di siringhe e dal sesso non protetto (soprattutto per chi offre sesso in cambio di droga o soldi). Non è scontato che questo rischio sia alto: il fatto che lo sia deriva dal desiderio che la persona ha della droga, e che la spinge a non considerare, o ad accettare per urgenza o smania, una serie di rischi altrimenti evitabili: lo scambio di siringhe usate, il sesso non protetto, per esempio. Nonostante una siringa non costi niente, e le farmacie a volte le regalino, l’unico modo efficace per evitare davvero le infezioni tra i tossicomani iniettori è di mettere le siringhe pulite là dove ci si droga, nelle piazze di spaccio, con uno scambiatore che raccoglie siringhe usate e in cambio dà siringhe sterili.

Quando gli eroinomani per via endovenosa iniziano il trattamento metadonico, il loro desiderio si riduce gradualmente, del tutto o in parte. All’inizio di solito l’uso di droga continua, almeno in parte, ma già in questa primissima fase del trattamento si osserva un effetto sorprendente: gli eroinomani in cura continuano a lasciare in giro le proprie siringhe sporche e a passarle a chi gliele chiede; ma smettono di accettare o chiedere siringhe usate, e riescono a munirsi di siringhe sterili. Non diventano igienisti, né altruisti: recuperano un sano egoismo utile alla sopravvivenza.

Queste persone, come risulta da studi epidemiologici, sono come “protetti” da uno schermo invisibile rispetto al rischio di infettarsi. L’infezione gira loro intorno, ma non li incrocia, perché i loro comportamenti sono più controllati. Nonostante i tossicodipendenti siano considerati in primo luogo persone violente, è ancor più vero che sono persone esposte a subire dei danni a causa della loro dedizione alle droghe. In uno studio degli anni ’90 sugli omicidi nell’area di New York, emerse che il 31% delle vittime aveva cocaina in corpo al momento dell’omicidio. Questo dato non contiene un giudizio sul movente dell’omicidio, o un bilancio morale di alcun tipo: è freddamente una prova del fatto che chi droga rischia per sé.

Non si deve far l’errore di scambiare lo stato di tossicodipendenza con lo stato di intossicazione. La persona che è tossicodipendente tende a smettere e riprendere, cosicché ci sono periodi o giorni in cui ha un’apparenza normale, ma ciò non significa che non possa tornare preda di una forza interiore, detta craving (smania) che la spinge nuovamente verso la droga. Non si tratta di un bisogno, né di una modalità di gestione sbagliata delle emozioni, ma di un vero e proprio motore che prende il controllo della persona, condizionandone in quel momento le priorità e la disponibilità a correre rischi. Il tossicodipendente è quindi “dormiente” anche se apparentemente ha smesso, e quando si accenderà non chiederà di essere fermato, né di drogarsi nelle migliori condizioni. Scomparirà, e accetterà le condizioni più rapide, fossero anche le peggiori.

Non c’è bisogno di chiamare in causa “cocktail” o tagli velenosi: sono sufficienti una droga letale e la tossicodipendenza, come ben evidenziato dalla mappa in tempo reale delle overdose in Italia. La stessa overdose in parte, non una fatalità legata alla droga e alla sua composizione, ma è un rischio legato alla dipendenza: la modalità (urgente e smaniosa) con cui la persona consuma la droga rende letale qualcosa di teoricamente calcolabile, specialmente da chi dovrebbe essere abituato a dosare la sostanza. Il tossicomane invece, specie quando ricade dopo essersi allontanato da comunità, carceri, ospedali, apparentemente “sbaglia” dosi ed eccede, ma può semplicemente essere vittima di una voglia spasmodica di fare tutta la dose che può comprare.

Le contromisure per far terra bruciata ai “luoghi” della droga non stanno nel moralizzare gli spacciatori, o nel cacciarli da questo o quel posto. Anzi, se mai è dimostrato che accogliere in strutture sorvegliate i tossicodipendenti significa migliorare le condizioni igieniche e di ordine pubblico in cui comunque i loro comportamenti avranno luogo. La vera sfida è se mai quella di capire che i casi i tossicodipendenza vanno avviati al trattamento (farmacologico), e che il trattamento non è un’intenzione, o una forza di volontà, ma è un metodo medico che smorza il desiderio di droga, per riportarlo sotto controllo. Senza bisogno di un poliziotto, di un divieto e di una campagna di moralizzazione, l’intervento medico sui cervelli cambiati dalla droga riesce a restituire le persone al proprio istinto di sopravvivenza.

Matteo Pacini
(Medico chirurgo – Specialista in Psichiatria)

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