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Roma, 26 set – “L’Italia, uscita malconcia dall’Afghanistan, deve ripensare la sua strategia di sicurezza sulla sponda sud del Mediterraneo e soprattutto nei confronti della Libia“: parola dell’ammiraglio (ris) Nicola De Felice. “Continuano imperturbate le scorrerie delle navi Ong norvegesi Geo Barents e Ocean Viking – nuovi barbari del XXI secolo – di fronte alle coste libiche”. Navi, ci spiega l’ammiraglio, “alla ricerca di clandestini che pagano il pizzo ai trafficanti di esseri umani per essere trasportati sottobordo alle navi taxi e quindi in Sicilia, frontiera meridionale dell’Italia e dell’Europa“. E’ questo il quadro, secondo De Felice, da sempre in lotta contro le Ong e il traffico di clandestini, in cui l’Italia si ritrova a dover operare. Con l’obiettivo – ci spiega l’ammiraglio – di potenziare la sicurezza dei nostri mari e dei nostri confini.



Ammiraglio, cosa sta succedendo sulla sponda sud del Mediterraneo?

“Truppe turche e mercenari russi sono presenti nello scacchiere libico, attori potenziali della minaccia ai nostri interessi. Migliaia di tunisini arrivano clandestinamente in Italia, molti dei quali criminali, terroristi ed ex foreign fighter dell’Isis. L’Italia, uscita malconcia dall’Afghanistan, deve ora ripensare alla sua strategia nazionale di sicurezza. Al di là delle critiche verso gli americani e dell’ipocrita iniziativa per un utopico esercito europeo quale risposta all’insuccesso dell’Ue, ritengo necessario affrontare il tema in senso geopolitico, scevro cioè da ogni perturbazione politica di parte e con maggiore senso di convenienza, ponendo il focus sui nostri interessi nazionali.

Quali sono i nostri interessi da difendere?

“Risulta evidente che l’Italia è andata in Afghanistan senza un vero e proprio progetto strategico nazionale, ma unicamente spinta dal frastuono mediatico ed emotivo legato ai fatti dell’11 settembre 2001 a New York, in un contesto multinazionale di intervento di gestione di quella crisi. Nell’ambito delle dinamiche delle situazioni conflittuali la strategia, nell’accezione più vasta, è una logica dell’azione, cioè si occupa dell’agire umano dal punto di vista della sua efficacia. Ora, analizziamo insieme la presenza di truppe italiane in Afghanistan e domandiamoci: qual è stata la logica del nostro intervento? Cosa ne abbiamo ricavato? Francia, Germania e Gran Bretagna qualcosa ne avranno ricavato, ma l’Italia? Da un punto di vista prettamente militare il confronto con le altre Forze Armate porta sempre a migliorarsi. Ma aver seguito gli americani per vent’anni – con 54 morti e centinaia di feriti – ne è valsa la pena? Cosa abbiamo avuto in cambio?”

E la Libia, invece?

“Nel 2011 la Francia ha scatenato una guerra in Libia ledendo – lì si – i nostri interessi strategici. E’ pur vero che ogni decisione strategica costituisce una caso a sé stante e non esistono regole scientifiche che individuano quella più opportuna da adottare, ma scegliere una strategia senza pensare a quali obiettivi raggiungere è – come minimo – da incoscienti. Con la guerra di Crimea, Cavour inviò un contingente non certo perché la Russia era un nemico, ma per avvicinare politicamente il Regno di Sardegna alla Francia e favorire così quel processo di intese che portò nel 1859 alla seconda guerra di indipendenza”.

Ci spieghi meglio.

“Una azione strategica non si deve esaurire nella conduzione del confronto armato, ma attiene all’impegno delle risorse della nazione, vale a dire all’uso politico di tutti i fattori di potenza dell’Italia, cioè lo strumento diplomatico, quello economico, quello militare, quello interno o dell’intelligence. Cioè l’insieme dei cosiddetti poteri materiali, culturali, valoriali e convenienti per lo sviluppo ed il benessere del popolo. Abbandonato l’Afghanistan, vista la situazione in Libia dove esistono degli interessi strategici nazionali importanti e la necessità di ridurre il fenomeno del flusso migratorio clandestino, vedrei piuttosto l’azione strategica italiana orientata verso la sponda sud del Mediterraneo”.

Come dovremmo intervenire, quindi?

“Il governo deve delineare la strategia complessiva della gestione di quella crisi (e non di altre), il livello di impegno, le risorse da dedicare, lo stato finale e gli obiettivi, gli aspetti strategici della comunicazione nonché i ruoli dei vari ministeri ed altre entità coinvolte nelle varie fasi che la crisi stessa richiede. Gli obiettivi nazionali, essendo nel caso della Libia perseguiti nel quadro di un’azione che coinvolge organizzazioni internazionali, devono essere portati ad una fase di negoziato multinazionale sulla definizione degli scopi della missione, sulle modalità e sui piani per la conduzione delle operazioni, sui tempi dell’impegno collettivo. Se non mettiamo ordine nella mente delle nostre autorità politiche, sarà dura difendere gli interessi, vitali, strategici e contingenti del popolo italiano”.

Adolfo Spezzaferro



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