Roma, 5 ott – Se vi aspettate un film in cui la follia del Joker è affascinante e violentemente folle, una sorta di epica alla Marvel, rimarrete delusi. Il Joker di Todd Phillips non è il cool Jared Leto, hipster e tatuato: è un viaggio nell’alienazione, nella trama nera della malattia mentale. E Joaquin Phoenix è la quintessenza della recitazione.


La scena si apre su una Gotham City a fine degli anni settanta, straordinariamente somigliante alla New York parallela, con la sua Times Square piena di locali di strip tease e violenza ad ogni angolo. Qui vive e lavora Arthur Fleck, detto Happy da sua madre. Arthur fa il clown e desidera diventare un vero comico. Arthur è una vittima; affetto da una malattia neurologica che lo costringe amaramente a ridere, non riesce a farsi comprendere dal mondo esterno. La sua fuga dalla realtà è seguire il suo idolo televisivo Murray Franklin (Robert De Niro) host di un popolare talk show. Arthur è in terapia, prende gli psicofarmaci, si prende cura della madre che nutre un’insana ossessione per il suo ex datore di lavoro, il milionario Thomas Wayne (il padre di Bruce, il futuro Batman). Su di lui, interpretato da una Joaquin Phoenix  fragile, debole, grava il peso del mondo.

Joker scopre la gioia della violenza

Quando Arthur subisce la prima aggressione mentre sta lavorando come clown non reagisce. Ma quando accadrà di nuovo, tutto cambierà; scoprirà la gioia della violenza. Il suo volto da clown, i capelli verdi, diventeranno (suo malgrado) simbolo di una rivoluzione popolare, di classe, contro tutto ciò che rappresentano personaggi come Wayne. “Happy” diventerà Joker. Da essere “felice” solo di nome, dal meditare su un suicidio in scena, passerà all’azione; diventerà colui che fa gli scherzi. Come se la sua malattia mentale trovasse uno sfogo nella vendetta contro un sistema che costantemente, attraverso la povertà, l’illusione del successo propagandata dai media e la mancanza di cure lo ha schiacciato. Lo schermo della tv è onnipresente nelle scene, nella vita del Joker. E Joker libererà la sua risata, non la tratterrà più: “Questo sono il vero io”, dirà, sorridendo. Non più una malattia, ma una forza.

L’ispirazione del regista Todd Phillips

Molti di voi ricorderanno Phillips per essere il regista della trilogia di Una notte da leoni o per aver prodotto A star is born. In questo film il regista si è in parte ispirato all’albo Batman: The Killing Joke di Alan Moore (il papà di Watchmen) e Brian Bollard. E sebbene lo sviluppo del personaggio di Joker abbia poi subito una genesi autonoma, l’imprinting di Moore, del suo modo di pensare gli eroi e gli antieroi, è evidente. All’inizio, mentre il futuro Joker vaga per le sporche vie di Gotham, sembra quasi sentir riecheggiare il diario di Rorschach. La differenza poi sta nell’interpretazione straordinaria di Phoenix. Che non ha il fisique du role di un nemico di Batman. Anzi. Per interpretare il ruolo l’attore ha perso 24 chili. Arthur non ha (ancora) sviluppato il personaggio di Joker, ma Phoenix è bravissimo a interpretare il dubbio, la depressione e la rivalsa.

Ilaria Paoletti

1 commento

  1. Non so perché joker mi ricorda belpietro solo che joker è molto più simpatico belpietro è veramente insopportabile

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