Roma, 11 ott – L’Ue non è in grado di fronteggiare le crisi economiche serie. Se c’è una cosa che hanno dimostrato gli ultimi quindici anni, è questa. Almeno tre sono le situazioni in cui Bruxelles ha dimostrato la sua palese incapacità di provvedere al “tampone” di sconvolgimenti economici piuttosto rilevanti, solo in una ha abbozzato, e lo ha fatto violando uno dei suoi principi cardine.

L’Ue e le crisi

Lo spunto sorge dalle ultime dichiarazioni del presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen:”Nel bilancio Ue le risorse e le flessibilità sono estremamente limitate. Il nostro bilancio non è stato concepito per affrontare sfide multiple. Era stato concepito nel 2020 e molte sfide sono emerse solo successivamente”. Quali sono le “sfide”? Le crisi, con tutta evidenza. Se non ci sono, il sistema vivacchia (e male, perché chi riesce a trarne maggiori vantaggi sono i paesi che lo guidano, come la Germania, o chi ha a lungo violato i parametri di Maastricht, come la Francia: rispettando le regole, non si salva nessuno o quasi). Se ci sono, i nodi vengono al pettine. Le ultime due crisi lo mostrano in modo lampante: quella del Covid due anni fa e la energetica ora, con la guerra in Ucraina in corso. “Molte” sfide, ovvero non tutte. Un’altra “sfida” c’era stata già dieci-quindici anni fa: si tratta della recessione che aveva sconvolto l’Occidente successivamente alla crisi dei mutui scoppiata negli Stati Uniti nel 2007.

Un sistema che non concepisce la spesa pubblica per affrontare le fasi difficili

Con le regole di Maastricht, in pratica, la spesa pubblica è vietata. Non direttamente, ma concettualmente. Più ancora, è “proibito” l’investimento pubblico. E infatti, le “risorse limitate” della Von der Leyen, si scrivono in quel modo, ma si leggono con il fatto che l’Ue non abbia mai voluto realmente impiegarle. Non è neanche stata concepita per farlo. Come è uscita Bruxelles dalle “tre crisi” che l’hanno attraversata negli ultimi quindici anni? La prima volta lo ha fatto violando la sua stessa concezione, ovvero immettendo moneta nell’economia – peraltro, in misure certamente non paragonabili a uno Stato economicamente sovrano –  con l’allora presidente Bce Mario Draghi con il suo Quantitative Easing, da molti definita come un’operazione “estrema” che avrebbe addirittura “salvato l’euro” a qualsiasi costo. Le altre due, ripiegando sul – sempre limitato – “bilancio comune”. Con il Covid pochi anni fa, adesso con il nuovo dietrofront di Berlino sul gas. Capitale di un Paese che a sua volta – pur essendo stato il mattatore indiscusso della “Unione” – si trova a dover scegliere quasi tra la sua sopravvivenza industriale e la “solidarietà comune”, ovvero un’espressione che non vuol dire niente, specialmente in un contesto “povero” come è sempre stato quello messo in piedi a Bruxelles. Nel frattempo gli Usa, ovvero la Nazione “liberista” per antonomasia, godono di una libertà di intervento che qualunque Stato dentro la “cortina dell’Euro” non può neanche minimamente sognare.

Stelio Fergola

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