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Roma, 27 ott – Chi come vi scrive ama la musica e colleziona dischi è incappato almeno una volta nella turpe operazione della raccolta di inediti, nella bieca speculazione di lavori minori pubblicati a posteriori e pubblicizzati come imperdibili per i fan autentici. Take raffazzonati, versioni demo, canzoni (giustamente) scartate, in un florilegio al negativo piazzato in bella vista sotto gli occhi degli adoratori della musica, che cadono pavloviani nella trappola. “Novanta – diario musicale di un periodaccio” di Malalingua (Rupe Tarpea, 2020) è al contrario un disco imperdibile, imprescindibile. Per due ragioni dirimenti: conclama il passaggio che porta da una band seminale come Intolleranza al progetto di inarrivabile sintesi Sottofasciasemplice; è molto divertente, ma non (solo) per i testi, bensì per come “gioca” con la musica, con quella spensieratezza di chi è ancora fuori dalla forma canzone, libero dalle gabbie di strofa-ritornello-bridge-strofa-ritornello.

Un disco zeppo (anche) di “punk medievale”

Con intermezzi strumentali croccanti dalle sonorità gustosissime che l’autore – che suona tutti gli strumenti ad eccezione della batteria, dove troviamo il sodale Testone – definisce con ardito ossimoro “punk medievale”, in cui troviamo cornamuse e mandolini, flauti e sonorità irrituali, l’album ha un sound di base in una versione haiku delle variazioni possibili di basso-batteria-chitarra post-new wave, con groove sui tamburi in contrappunti ostinati e appuntiti, che si incastrano a modo con le linee geometriche delle quattro corde. Le chitarre, ora ariose e pulite, ora chiuse e stizzite, completano il suono distintivo, nel bel mezzo tra il marchio di fabbrica di provenienza e l’approdo che sarà.

Un ponte tra i suoni suonati a mano e i prodromi della svolta elettronica

I testi sono inni sarcastici, didascalie di fotogrammi che svergognano una umanità piccola quasi sempre ridicola. “Prudente” e “Cavaliere Nero” in tal senso sono esaustivi, come si direbbe di una slide in power point. E sì, perché stiamo parlando di pezzi registrati tra il 1990 e il 1991 e “attualizzati” dal lavoro certosino da amanuense digitale del Dr. Zimox, che restituisce in modo magistrale il sound da saletta senza la puzza da spogliatoio di palestra. Un disco che è un ponte dove tra i suoni suonati a mano spuntano qua e là i prodromi della svolta elettronica, compresa la drum machine. Un disco che unisce i puntini per avere finalmente un quadro completo del lavoro di Mr. K, autore anche della copertina e dei dipinti che impreziosiscono il digipack. Una cornice all’altezza della tela sonora. Chiude il disco “Suono solo”: tornano le cornamuse dell’apertura, il cerchio si chiude coerente. Un sigillo bergmaniano su musica e testo: la firma del quadro.

Adolfo Spezzaferro

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