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Roma, 19 set – Le recenti, immancabili tensioni prima della manovra economica hanno fatto riemergere in tutta la loro forza e per l’ennesima volta il tema del deficit e dei vincoli europei. Vexata quaestio con cui, in un modo o nell’altro, qualsiasi esecutivo da almeno un decennio ad oggi ha dovuto fare i conti. Rispetto ai quali neanche il “governo del cambiamento” sembra immune.
Gli schieramenti, ad oggi, vedono da una parte il ministro Tria, deciso a tirare al ribasso anche se probabilmente si andrà oltre l’1,6% di deficit prospettato in prima battuta; dall’altra Luigi Di Maio e Matteo Salvini, che intendono spartirsi a metà la torta per dare corpo ai propri cavalli di battaglia: in primis flat tax e reddito di cittadinanza. Terzo incomodo, convitato (per ora) di pietra, l’Unione Europea.
Proprio a Bruxelles bisogna però guardare, perché la questione dei saldi di finanza pubblica è materia di discussione squisitamente comunitaria. Sull’assurdità dei vincoli al bilancio non serve spendere parole in più rispetto a quelle già dette nel corso degli anni. I limiti al deficit sono sì assurdi, ma in qualche modo necessari. Ad imporli, sia pur indirettamente, è la struttura stessa della moneta unica, che impedisce agli Stati di fare il proprio dovere di stimolare ed indirizzare la crescita economica con manovre che vadano ben oltre il pareggio di bilancio. Con l’utilizzo della valuta comune a cambio fisso (e, almeno per noi, sopravvalutato), risulta infatti più conveniente acquistare all’estero che produrre in patria. Risultato: una finanziaria espansiva si tradurrebbe in un incremento dello squilibrio della bilancia commerciale dagli esiti potenzialmente pericolosi – vedi alla voce Mario Monti.
Siamo in una sorta di sistema di vasi comunicanti, con l’euro a fare da tappo. In questo contesto, pieno di contraddizioni e strozzature finché vogliamo ma con il quale senza la volontà di uscire dal consesso della Bce dobbiamo comunque fare i conti, l’unica opzione rimane quindi quella di armarsi di calcolatrice e raggranellare risorse di qua e di là per rispettare sia il programma di governo sia le promesse sul deficit. Un atteggiamento al quale anche i più guerrafondai nei confronti dell’Ue si sono ormai adeguati, sotterrando l’ascia di guerra per tirare fuori il cartellino da ragionieri. Ma arrivando, in questo giochetto fatto di un punto percentuale in più o in meno, a rassomigliare sempre di più ai propri tanto vituperati predecessori.
Filippo Burla

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