Roma, 5 lug – La tragedia di domenica sulla Marmolada sta provocando grandi discussioni su clima e responsabilità umane. Ma se oggi a staccarsi dalla montagna è stato un ghiacciaio, in passato vi è stata più di una valanga sulla Marmolada e ancor di più sono state le sue vittime. Spesso però, le polemiche a tal proposito vengono esternate anche pubblicamente, sfociando in mancanze di rispetto vergognose verso le stesse vittime del ghiacciaio. Show televisivi in cui si cerca in ogni modo il sensazionalismo, anche più macabro, senza tenere conto del dolore dei famigliari delle vittime.

Da domenica un fastidioso coro dei catastrofisti del clima sta riversando nelle orecchie degli italiani una miriade di cazzate pronunciate per lo più da tuttologi televisivi senz’arte nè parte. In un noto programma televisivo, ieri mattina, l’opinionista Alessandro Cecchi Paone si è permesso di contraddire addirittura una guida alpina che aveva osato contraddirlo sul surriscaldamento climatico. Voi ve lo vedete si, un Cecchi Paone in parete? Magari a scalare rocce che potrebbero ledergli la manicure? Lasciamo perdere.

I catastrofisti del clima

Indubbiamente il clima e l’annata calda e secca che stiamo attraversando ha i suoi effetti sul contesto geologico nel quali viviamo. Dai monti alle pianure i problemi legati alla siccità sono evidenti, così come gli incendi e il prematuro, ma nemmeno troppo, scioglimento di nevi e ghiacci. Non servono certo scienziati o gretini come Cecchi Paone per rendersene conto. Spesso però, la risposta stessa agli interrogativi dell’uomo possiamo trovarla nella sua medesima storia. Non serve andare nemmeno troppo indietro con gli anni, infatti, per comprendere i tragici eventi che hanno reso famosa la Marmolada nel mondo.

La Grande Guerra sulla Marmolada

Nel secondo anno della Prima guerra mondiale, partendo dal marzo del 1916, sulla Marmolada si svilupparono particolari tecniche alpinistiche con nuove strategie militari e lo sfruttamento dei ghiacciai del monte dolomitico in chiave bellica. Entrambe gli eserciti usarono la Regina delle Dolomiti per le proprie posizioni di confine e come enorme campo di battaglia.

L’esercito austroungarico occupò Forcella Marmolada, sita a 2.910 s.l.m., Punta Penia a 3.343 m., Sass delle Undici a 2.792, Sass delle Dodici, 2.720 s.l.m., Forcella Vu e, per finire, Punta Rocca, di 3.259 metri. Quest’ultima, Punta Rocca, oggi è tristemente conosciuta appunto per la strage del suo seracco avvenuta la scorsa domenica.

A differenza del nemico austroungarico, Le truppe del Regio Esercito italiano si disposero invece a Forcella Serauta, a 2.875 s.l.m., e a Quota 3.065. In queste posizioni vi erano i Cacciatori del 51° Reggimento Fanteria, Bgt. Alpi, che però furono scacciati quasi subito da una dura controffensiva austriaca.

I Cacciatori delle Alpi

Un mese dopo, il 30 aprile del 1916, gli Alpini del 7° e Fanti Cacciatori delle Alpi del 51°, con un ardito attacco frontale riconquistarono la postazione di Forcella Serauta occupata dagli austroungarici. Il 2 maggio poi, i soldati Italiani occuparono anche “Quota 3.065” portando gli austriaci a ritirarsi su Forcella Vu. Quest’ultima era una posizione di fondamentale importanza strategica per il controllo del ghiacciaio. Essa domina infatti la Marmolada dalla sua cresta e, ancora oggi, ricorda le sue battaglie con un cippo commemorativo, eretto nel 2006, dedicato ai caduti del 52° Fanteria. Qui, nel 2002, vennero trovati i corpi di 15 soldati italiani del 52° rimasti intrappolati sotto tonnellate di ghiaccio e detriti a causa di una mina fatta brillare dagli austriaci nel dicembre del 1917.

La città nel ghiacciaio

Sempre nel 1916, il prolungarsi della Guerra Bianca sul fronte dolomitico suggerì al Ten. Ing. Leo Handl di creare una vera e propria Città di Ghiaccio. Il tenente di Innsbruck ideò dunque la prima “Eisstadt” (Città di Ghiaccio) della storia militare. Costruita dentro i numerosi crepacci del ghiacciaio, la cittadella gelata era invisibile al nemico italiano e al riparo dalle cannonate. Composta da un insieme di baracche di legno adibite a dormitori, magazzini, locali per ritrovo, infermeria, chiesetta, ecc, la Città di Ghiaccio dava rifugio a circa 300 soldati austriaci.

Valanghe sulla Marmolada

Per quasi tutta la durata della guerra, su entrambi i versanti della Marmolada, precipitarono gigantesche valanghe che spazzarono via uomini, armamenti e postazioni. Nel marzo del 1916 le valanghe sulla Marmolada provocarono numerose vittime italiane, civili e militari, a Tabià Palazza, Malga Ciapèla ed ai Serrai di Sottoguda. La più devastante di queste, si verificò il 13 dicembre del 1916. La valanga travolse la baraccopoli del “Gran Poz”, causando la morte di ben 300 soldati austriaci. Su tutti i fronti alpini della Grande Guerra Bianca, le fonti dell’epoca ci raccontano che pressoché ovunque si verificarono simili tragedie. Innescate a causa di mine o cannonate dell’uomo, oppure a causa di fattori naturali, come caldo, pioggia, oppure pesanti nevicate, le valanghe un secolo fa terrorizzarono gli avventori delle vette così come accade oggi.

Valanghe e vittime negli anni duemila

Nel 2014, nei giorni del ponte festivo del Primo Maggio, quattro persone investite da una valanga di neve furono soccorse e salvate. Sempre per il ponte della Festa del Lavoro, però, nel 2009, due escursionisti veneti trovarono la morte. Sempre a causa di una valanga, i due furono soccorsi ma morirono successivamente in ospedale. Nel marzo del 2010 un’auto con a bordo una coppia di turisti austriaci è stata investita anch’essa da una valanga. Fortunatamente, questa volta i due sono riusciti ad uscire illesi dal mezzo semi distrutto. L’8 dicembre 2011 tre sciatori bresciani vennero risucchiati da una slavina partita direttamente da loro. Finirono in ospedale con varie fratture ma riuscirono a cavarsela.

Rifugio distrutto due anni fa

Tornando ai nostri giorni, nemmeno due anni fa, nel dicembre del 2020, vi fu una terribile valanga in una zona della Marmolada poco distante da dove domenica si è verificato il distaccamento. Una gigantesca valanga precipitò con tutta la sua forza sul rifugio Pian dei Fiacconi, a quota 2.626 m., distruggendolo. Fortunatamente il rifugio era ancora chiuso. La stagione invernale non era ancora stata avviata. Grazie alla partenza tardiva della stagione sciistica si evitarono quindi conseguenze ben peggiori che avrebbero potuto avere numeri di vittime maggiori rispetto a quelle di domenica. La valanga si staccò da Punta Penia (3.343 metri) e provocò gravissimi danni alla struttura.

Un problema che esiste dall’alba dei tempi

In questo articolo abbiamo ripercorso solo una piccola serie di incidenti avuti tra le vette innevate della Marmolada. Molti ancora ce ne sarebbero da raccontare, sia riguardo la Regina delle Dolomiti, sia su tantissimi altri monti dell’intero arco alpino, ma non solo. Tragedie che si verificano in Italia come nel resto d’Europa e in ogni altra zona del mondo, laddove l’uomo và a sfidare i grattacieli più alti della natura. Il surriscaldamento climatico influisce? Certamente può essere uno dei fattori più incisivi, ma lo è anche il gelo come ci dimostrano le tante valanghe nei periodi invernali anche a temperature di molto al di sotto dello zero.

La Mummia del Similaun

In Alto Adige, trent’anni fa, venne rivenuta la mummia di un uomo dell’Età del Rame in ottimo stato di conservazione. Otzi, questo il soprannome dato al reperto antropologico, ha 5.300 anni e le sue membra si sono conservate grazie al ghiaccio che le ha avvolte. Certo, l’alzarsi delle temperature negli anni Novanta ha influito molto affinché il ghiacciaio restituisse il suo corpo. Ma quando Otzi su quel ghiaccio cadde, cinquemilatrecento anni fa, il ghiaccio su di esso non c’era ma vi si depositò in seguito.

Cent’anni di guerra climatica

Lo stesso vale anche per i tanti cadaveri di Alpini o Kaiserjager che ogni estate i ghiacciai liberano sull’intero fronte occidentale alpino della Grande Guerra. Corpi rimasti congelati per un secolo intero. Caduti nella neve e da questa surgelati e intrappolati in un muro di ghiaccio. Cent’anni fa. Quando i ghiacciai questi ragazzi li calpestavano con gli scarponi chiodati. Caddero, chi colpito dal nemico, chi stremato dal freddo e dalla guerra, e anche i loro corpi vennero inghiottiti dal ghiaccio che si andò a depositare sopra di loro.

Tacciano i Gretini

Cent’anni fa, quindi, non scavarono buche per entrare nel ghiacciaio ma questo aumentò di volume su di essi. Oggi i ghiacciai si restringono e si assottigliano liberando corpi, reperti e, addirittura interi baraccamenti. Ma a prescindere dalla superbia e dalla avarizia dell’uomo moderno, questo è l’ordine naturale della montagna. E chi non la conosce, e chi non la rispetta, farebbe meglio a tacere.

Andrea Bonazza

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