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Roma, 13 mag – Una solida e armoniosa fortezza: la Casa Madre del Mutilato sorta in piazza Adriana a Roma. Uno dei gioielli del razionalismo dell’architetto Marcello Piacentini, fortemente voluto da Carlo Delcroix, Presidente dell’Associazione Nazionale dei Mutilati e Invalidi di Guerra, il complesso viene edificato tra il 1925 ed il 1928 e inaugurato il 4 novembre del ‘28, anniversario del decennale della vittoria della Prima Guerra Mondiale. La Casa viene tuttavia ultimata nel ‘36 con l’ultimo corpo verso il lungotevere.
Il perimetro dell’edificio segue la forma di un grande triangolo con vertice tronco verso piazza Cavour. L’ampia smussatura di questo vertice costituisce la fronte principale ed in essa s’apre l’ingresso monumentale. Dalla fronte posteriore sporge oltre il perimetro triangolare un’abside semi-circolare. Un grande senso di monumentalità e marzialità è percepito dall’occhio dello scrutatore, nonostante le modeste proporzioni planimetriche e la vicinanza della Mole Adriana e del Palazzo di Giustizia.
Nel prospetto principale un poderoso portale classicheggiante si slarga e occupa quasi tutta la superficie, abbracciando anche le finestre del secondo piano. A coronare l’edificio, si trova inoltre un largo fascione sullo spazio del terzo piano, il quale crea un unico motivo con la cornice terminale e accentua la percezione di equilibrio e ordine.
L’esterno del complesso si presenta essenziale e austero: un tempio silenzioso alla dignità dei combattenti, e come una chiesa ravennate è all’interno che sono racchiuse preziose e sensazionali testimonianze artistiche.
Dal portale si accede infatti al vestibolo, dove in due nicchie laterali si elevano le sculture dei martiri Paolucci Di Calboli e Giordani, prodotte dal maestro simbolista Adolfo Wildt. Il vestibolo è rivestito di pietra d’isola Farnese mentre il pavimento è di granito e porfido.
L’accesso al salone delle assemblee è chiuso da una porta di bronzo, opera del Prini, la quale, come le porte delle grandi cattedrali d’Italia, è divisa in grandi scomparti che contengono pannelli in cui si illustra la passione del fante; negli scomparti maggiori sono rappresentati gli episodi generici e fondamentali della guerra, nei minori quelli più intimi. Sempre sulla parete dell’atrio, sopra la zona del S. Sebastiano marmoreo del Dazzi, spiccano in bronzo le tre spade con corona di spine, emblema dell’Associazione. Dalla porta bronzea si accede al salone a cupola delle assemblee, spazio principale dell’edificio. Qui, lungo un fregio, il Prini ha scolpito nella viva pietra varie teste di soldati in vari atteggiamenti realistici ed espressivi. Al disopra delle pareti di tufo sono stati voltati quattro archi a botte, dello spessore dei bracci della croce greca, i quali sostengono la volta a vela della cupola, traforata a losanghe degradanti con nervature sottilissime, mentre in ogni losanga è incastonata una vetrata opalescente a punta di diamante. Il risultato d’insieme che ne deriva è stupefacente e piuttosto orientaleggiante, quasi a voler sfidare i motivi geometrici delle moschee persiane.
Sempre all’interno, si trovano quattro grandi arcate affrescate da Antonio Giuseppe Santagata rappresentanti i momenti della guerra: “La Partenza”, “L’Assalto”, “Il Ritorno”, mentre nella vela centrale è posta “L’Offerta della Casa Madre alla Vittoria”.
Grande lustro è dato dall’ambiente della Cappella della Casa Madre del Mutilato, a pianta rettangolare con ampie finestre in vetro opalescente. Come in un solenne tempio, si trovano porte bronzee con epigrafi in rilievo, mentre sull’altare è collocata la “Pietà” del 1924 di Romano Romanelli, l’acquasantiera di Prini e due tele di Carlo Socrate. Infine, il Sacrario conserva gli affreschi di Mario Sironi, riscoperti solo alcuni decenni fa. L’artista esalta l’Impero e la figura di Mussolini attraverso due monumenti pittorici equestri: “Il Duce a cavallo” e “Il Re Vittorio Emanuele III a cavallo”. Opere dai colori estremamente ferrei e terreni frutto del pennello d’un maestro per cui persino Pablo Picasso, dopo il suo tour in Italia nel 1917, spese tali parole: “Avete un grande artista, forse il più grande del momento e non ve ne rendete conto”.


Alberto Tosi
Foto di Andre De Palma – https://fascismoinmostra.it/

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