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Cremona, 4 mar – Fu Roberto Farinacci, fascista intransigente, a volere a Cremona nel 1936 quella serie di strutture golenali chiamata poi, per l’appunto, “colonia fluviale Roberto Farinacci” in suo onore.
Realizzata dall’ingegner Gaudenzi, la colonia fluviale fu ragionata come spazio pubblico per la salute e lo svago di oltre 1500 bambini. Già nel 1915, 250 ragazzi avevano frequentato certe baracche e capanne volute dall’ospedale di Cremona prendendo il sole terapeutico su una chiatta. Farinacci le trasformò in una gigantesca e affascinante opera, facendo erigere una moderna struttura capeggiata al centro da una forma a poppa di nave, questa circondata da un complesso ad anello rialzato dove poter accogliere i giovani ospiti. Il richiamo architettonico alla nave fu voluto come simbolo d’avventura e di viaggio rivolto al futuro. Un luogo pertanto estremamente stimolante per la fantasia dei bambini ma soprattutto funzionale alla loro salute, dal momento che migliaia di questi poterono per la prima volta allontanarsi dal cortile di casa per qualche settimana e allo stesso tempo farsi curare la tubercolosi ossea. Adolescenti nati da famiglie di contadini e operai ebbero così una prima forma di vacanza assicurata, oltre che pasti regolari e aria salubre e rinvigorente; un’iniziativa sociale d’avanguardia ripresa o copiata successivamente in vari modi da diverse nazioni in tutto il mondo.
La colonia elioterapica cremonese sorta sulle rive del Po divenne una vera e propria isola di luce, un tempio votato al sole, alla salute e alla gioventù, introdotto da statue di stampo classico e da uno scenografico portale squadrato, con in alto, sullo torre centrale, l’immancabile tricolore issato sopra il cortile e sullo specchio d’acqua dello stagno lì presente. Spogliatoi, bagni, docce, dispense, lavanderia, un deposito del carbone. L’impianto comprendeva ogni genere di servizio e struttura necessaria in aggiunta alle sceniche logge, terrazze, balconi e scale.
Le geometrie dell’impianto sono varie ma sempre regolari e in armonia tra loro e col paesaggio: forme sia orizzontali che verticali, solide e leggere comunicano coerentemente con i boschi in cui furono calate: uno splendido parco di 50.000 mq, luogo ideale per attività ricreative e didattiche a contatto con la natura.
Terminata la guerra la colonia fluviale cadde in disuso e preda dell’incuria. Per anni la struttura rimase abbandonata a sé stessa e al degrado. Solo nel 2004 il Comune stanziò 606.000 euro per il restauro dell’area, tra lavori di pulizia, rifacimento, messa in sicurezza e inserimenti arborei. Tuttavia, dodici anni dopo, la colonia Farinacci ricadde in stato d’abbandono: il piano terra del padiglione a pezzi, vetri rotti, topi e sporcizia. Nonostante il degrado della struttura, il Comune ne autorizzò temporaneamente l’uso. La palazzina centrale, un tempo mensa e spogliatoio, fu occupata per metà dalla discoteca Il Coloniale. Le associazioni sportive provarono a farne la loro sede ma l’alluvione del 2000 li costrinse alla fuga e all’abbandono.
Nel 2014 la giunta di guidata da Oreste Perri pubblicò un bando per il recupero, ma l’unica proposta arrivata prevedeva di utilizzare parte dei locali per allestire una sala scommesse. Proposta rigettata da Comune.
Finalmente, nell’agosto del 2017, la Fondazione Arvedi Buschini si accollò un nuovo restauro della colonia fluviale, un intervento per rendere quei luoghi nuovamente fruibili da parte della cittadinanza. Il Cavalier Arvedi, magnate cremonese dell’acciaio, è arrivato da privato dove il pubblico e il morente attuale stato sociale non ha saputo/voluto arrivare, dando vita ad un progetto concreto rivolto allo svago delle famiglie: un bar-ristorante, un open space nel verde, minigolf, bocce e altre attività ludiche sono state collocate in un luogo che per troppi anni non ha visto rispettata la sua storia e il suo potenziale.
Alberto Tosi
Foto di Andrea De Palma – https://fascismoinmostra.it/



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3 Commenti

  1. Contestualizzando il periodo queste sono grandi opere per il bene comune, mi vengono in mente anche le tante colonie marine e quelle montane.
    Sono tanti i racconti di anziani allora giovani che non potendo permetterselo e non avendo mai visto la montagna o il mare venivano mandati in villeggiatura per motivi di salute da un “reggime” a cui stava a cuore il suo popolo.

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