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Le meraviglie dell’Italia fascista: i mosaici del Palazzo delle Poste di Alessandria

by La Redazione
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Alessandria, 17 mar – Anche nel 1939, alle porte del secondo conflitto mondiale, l’Italia fascista continua ad investire in moderne strutture e infrastrutture pubbliche. Proprio in quell’anno nella città piemontese di Alessandria nasce la necessità di erigere un nuovo edificio per la comunicazione postale. Nella centrale Piazza Vittorio Emanuele II (oggi piazza Libertà) viene così costruito, in soli due anni, un massiccio Palazzo delle Poste: esempio non eccelso ma pur sempre dignitoso e funzionale dell’architettura razionalista. Lo Stato tuttavia, non soddisfatto dal solo palazzo, decide di donare alla cittadinanza un’ulteriore opera, ma di natura maggiormente artistica ed estetica. Viene pertanto interpellato Gino Severini per la realizzazione d’un mosaico da apporre alla facciata del complesso, in modo che la struttura acquisisca una maggiore attrattiva e allo stesso tempo l’intera città possa godere di un nuovo simbolo caratterizzante.
Migliaia di tessere colorate e scintillanti per 37,80 metri di lunghezza e per 1 metro e 20 di altezza vengono così collocate sulla fascia basamentale e d’ingresso del palazzo tra il 1940 e il 1941. Nel mosaico si racconta la Storia dei servizi delle Poste e dei Telegrafi (titolo dell’opera) divisa in tre parti: quelle laterali rappresentanti i continenti (a sinistra Oceania e Asia, a destra Africa e America) e quella centrale, più lunga rispetto alle altre due, dedicata alla storia delle poste e del telegrafo. Severini racconta la città moderna, i popoli, gli animali, il dinamismo e lo sviluppo meccanico dei servizi e dei trasporti. Il risultato è uno sbalorditivo trait d’union tra Futurismo, mondo delle poste ed echi dei mosaici bizantini-ravennati. Passato, presente e futuro vengono amalgamati in un audace esperimento artistico di pubblica fruizione. Nell’atrio interno del palazzo si trova un altro mosaico di Gino Severini di dimensioni decisamente ridotte rispetto a quello esterno, rappresentante le comunicazioni via terra, cielo e mare.
Il Fascismo ha il merito di portare la grande arte direttamente a contatto con gli abitanti del luogo. Anche le opere più all’avanguardia escono dal mondo museale e incontrano direttamente gli spettatori in contesti inaspettati come quello per l’appunto delle poste. È durante il Ventennio infatti che l’arte diventa veramente pubblica e accessibile ai più, proprio perché come mai prima il genio e la creatività di centinaia di artisti  vengono applicati massicciamente a strutture funzionali destinate alla comunità. Le opere non confluiscono più solo in cappelle, regge, gallerie e pinacoteche, ma incontrano le poste, le stazioni, gli acquedotti, le scuole e le strade. Anche i ceti popolari hanno finalmente la possibilità d’imbattersi quotidianamente sul loro tragitto in tracce di bellezza ispiratrice ed edificante.
Severini in questi anni è già un artista affermato e di levatura internazionale. Pittore in origine divisionista, amico di Giacomo Balla, è tra i firmatari nel 1909 del Manifesto del Futurismo scritto da Filippo Tommaso Marinetti. Trasferitosi a Parigi conosce Picasso, Modigliani, Braque, Apollinaire e abbraccia il Cubismo. Nel 1912 organizza con Boccioni e Carrà, sempre a Parigi, la prima grande mostra del Futurismo, successivamente partecipa a esposizioni in tutta Europa e negli Stati Uniti, mentre nel 1913, a Londra, è allestita la sua prima mostra personale, presentata in seguito anche alla galleria Der Sturm di Berlino. Severini è l’artista di contatto tra il Futurismo e il Cubismo, tra gli ambienti italiani e quelli francesi. Più tardi il suo “Cubofuturismo” raggiunge nuovi stimoli estetici dettati da una volontà di ritorno all’ordine, al classico, amplificando inoltre un linguaggio sempre più orientato alla metafisica, complice soprattutto una profonda e personale crisi religiosa. Da qui in poi la produzione di Severini si concentra specialmente su affreschi e mosaici, tanto da ricoprire nel dopoguerra la cattedra di mosaico a Parigi, città dove si trasferisce definitivamente dopo la caduta del fascismo. In Italia, nella sua Cortona, faranno ritorno solo le sue spoglie nel ’66, anno della sua morte.
Senza alcun timore si può dire che Severini con sue opere ha modernamente inaugurato i linguaggi espressivi-artistici di molta street art e murales contemporanei che ancora oggi, più o meno consapevolmente, rincorrono quanto da lui prodotto ad Alessandria e non solo.


Alberto Tosi
Foto di Andrea De Palma – https://fascismoinmostra.it/

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1 commento

Cesare 17 Marzo 2018 - 4:00

Quando ti produci da solo la moneta, come fece l’Italia nel 1935, ti puoi permettere grandi lavori.Ovviamente gli usurai stranieri a cui hai sottratto questo potere ti fanno le sanzioni con la scusa dell’ Etiopia (1936) e poi ti spingono in guerra sapendo che grazie ai loro maggiori denari perderai.Durante le sanzioni arrivavano a fermare le navi italiane cariche nei mari ed anche a requisire il carico.Insomma gli usurai possono anche rubare legalmente i beni con l’appoggio della società delle nazioni(poi ONU) giustificandolo con la scusa che l’italia aveva commesso crimini in Etiopia, come se loro di crimini non ne facessero

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