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germania cina merkelRoma, 3o gen – A margine dell’incontro fra Renzi e la Merkel, andato in scena ieri, la cancelliera si è soffermata sul tema della Cina: “Abbiamo un atteggiamento di apertura vanno risolte tutte le questioni tecniche. Ambedue abbiamo parlato con la dirigenza cinese, poi in Consiglio ne parleremo francamente e apertamente”, ha spiegato, riferendosi al tema della concessione a Pechino dello status di economia di mercato. Una scelta che rischia di compromettere l’industria europea (o ciò che ne resta) e che non manca di sollevare discussioni in sede comunitaria.



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La notizia non giunge nuova. La Germania, insieme a Regno Unito e Olanda, si sono già da tempo dichiarati favorevoli all’ipotesi, mentre da Francia e Italia – nonché da parte di numerose associazioni imprenditoriali comunitarie – è arrivato un secco no. Nonostante la Cina sia dal 2011 all’interno dell’organizzazione mondiale del commercio, permangono infatti da parte dell’Ue numerose barriere – tariffarie e non, dazi doganali di vario tipo – che proteggono le produzioni europee dalle aggressive politiche di Pechino. Venendo a cadere queste barriere, si annullerebbero gli strumenti di tutela che hanno sino ad oggi evitato il dumping cinese. Ad esempio nel settore dell’acciaio, che a livello globale soffre di una crisi da eccesso di offerta non del tutto legato ad eccessivi investimenti ma anche al fatto che i colossi cinesi, controllati o sostenuti dallo Stato, producono sottocosto, di fatto sbaragliando la concorrenza straniera grazie a sussidi pubblici. La produzione italiana di coils e laminati ha perso dal 2011, complici anche i guai giudiziari dell’Ilva, oltre il 15% dei propri volumi. Con il via libera alla Cina, le cifre rischierebbero di scendere ulteriormente, smantellando un settore di forte rilevanza strategica ed occupazione. Ma non c’è solo la siderurgia. Secondo l’allarme lanciato dall’European Policy Institute, con l’apertura indiscriminata verso il colosso asiatico sarebbero a rischio più di tre milioni di posti di lavoro e l’economia europea potrebbe perdere fino al 2% del Pil.

Perché allora la Germania, autonominatasi locomotiva europea, spinge nella direzione pro-Cina? A rischio è anche l’industria tedesca, la quale però sta già scontando numerose problematiche: dalle sanzioni alla Russia agli scandali del settore auto, gli storici partner non sembrano più poter garantire quei margini sufficienti a soddisfare l’export di Berlino. E stiamo parlando anche dei vicini europei, schiacciati dalle imposizioni di austerità firmata Merkel-Schaeuble che hanno compresso la domanda interna riflettendosi anche sull’import di prodotti made in Germany. Di contro l’interscambio commerciale con la Cina ammonta a più di 155 miliardi di euro, 75 di esportazioni e oltre 80 in importazioni. E’ fuori dubbio, che grazie anche all’attivismo della cancelliera, oltre alla quota di importazioni crescerebbe anche la quota di export. E la Germania di questo vive, data la scelta della moneta unica che rende indirettamente la sua moneta svalutata rispetto all’estero. Per un guadagno di breve/medio periodo, quindi, Berlino vuole tentare la carta cinese. Allo stesso tempo però apre la porta, spalanca il portone all’invasione di prodotti che nel lungo termine rischieranno di far fare all’industria tedesca la fine di quella italiana, spagnola e greca, schiacciata prima dalla moneta rivalutata e poi dall’arrivo di prodotti a basso costo e di infima qualità. Una miopia, quella della leadership europea, capace di ritorcersi contro sé stessa nel giro di pochi anni. E tutto solo per dare una piccola spinta in più alle esportazioni tedesche, il cui unico responsabile per le loro difficoltà internazionali – europee soprattutto – è la Germania stessa.

Filippo Burla

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