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asinoRoma, 17 feb – Qualche giorno fa 600 prof universitari hanno denunciato le gravi lacune degli studenti sull’italiano, lamentando errori da terza media nelle tesi di laurea e chiedendo di rinforzare le conoscenze di ortografia, grammatica e comprensione del testo. Insomma, intere generazioni di asini. Infatti, nell’immaginario di molte persone, l’asino rappresenta un simbolo di stupidità e goffaggine. Un proverbio popolare recita : ”a lavar la testa all’asino, si perde l’acqua e il sapone”. Di sicuro molti racconti hanno contribuito a rendere all’animale quest’immagine, a partire dalla bella favola di Pinocchio. Il protagonista ex burattino, diventato ormai bambino (ma non uomo), per sfuggire alle fatiche della scuola, scappa con il suo amico Lucignolo nel paese dei Balocchi, con la prospettiva di non dover più studiare ma solo dedicarsi al piacere ed al gioco. Ben presto però si ritrova trasformato in asino. E’ proprio da qui che inizia il nostro approfondimento.



L’asino è sempre stato, nei popoli dove veniva allevato, un simbolo del lavoro, del duro lavoro (proprio quello che Pinocchio voleva evitare). Nel mito romano, l’asino è legato nientemeno che a Vesta, la più pura delle Dee (le sue sacerdotesse erano tutte vergini) che custodisce il fuoco sacro di Roma. Durante le feste alla Dea, asinelli inghirlandati portano forme di pane e corone di fiori. Ovidio ne racconta l’origine nei Fasti : Cibele aveva invitato a una festa tutti gli dei, fra cui satiri e Ninfe. Partecipò anche Sileno, con il suo asinello. Gli eccessi del bere e del mangiare portano ben presto all’assopimento dei sensi, anche per Vesta che si lascia andare e si addormenta sull’erba. Arriva trafelato Priapo, animato dalla sua foga amorosa e si avvicina proprio a Vesta con la speranza di godere di un boccone prelibato. Ma è proprio l’asino a svegliare la dea con un terribile e rumoroso raglio: da allora le è immensamente caro.

L’asino, come simbolo di trasformazione spirituale, è anche il protagonista del libro di Apuleio, “ Le metamorfosi o L’asino d’oro”, dove si narra appunto di un giovane che, affascinato dalla magia e dalle belle donne, viene trasformato in asino e deve superare molte prove per riacquistare le sembianze umane(ultimo e decisivo passaggio sarà il mangiare delle rose) e poter accedere all’iniziazione al culto di Iside, del quale diviene infine sacerdote. Il mito greco racconta anche della gara tra il Dio Apollo e il Sileno Marsia, per stabilire chi sapesse suonare meglio la cetra (Apollo) o il flauto (Marsia). Le Muse giudicarono vincitore Apollo, mentre il re Mida preferì Marsia. Apollo sdegnato fece crescere orecchie d’asino a Mida e scuoiò Marsia che aveva osato tenergli testa. Va detto che Mida era anche lo stesso re che trasformava tutto quello che toccava in oro e, ad esempio, i greci collegavano l’asino a Saturno, il Dio dell’età dell’oro. Ma anche la pelle di Marsia può essere ricollegata all’asino. Infatti le pelli d’asino venivano usate per fare i tamburi, strumenti in grado di evocare le anime dei morti ma anche di infondere lo spirito marziale nei soldati che si avvicinavano alla battaglia o dovevano affrontare interminabili marce.

Le lunghe orecchie dell’asino possono essere considerate un simbolo di saggezza, come rivela l’iconografia del Buddha, ritratto spesso con lunghe orecchie oppure anche paragonate alle grandi orecchie dell’elefante, animale simbolo di saggezza in India (nel famoso poema epico Bhagavad Gita si combatte per la conquista della città di Hastinapura, che vuol dire proprio città dell’elefante o regno della saggezza). Da un altro punto di vista, forse più decadente, è famoso il latte d’asina alleato di bellezza di donne meravigliose e affascinanti come Cleopatra e Poppea, che usavano immergersi nel latte d’asina per conservare la freschezza della pelle. Infine, l’asino è sempre stato un potente simbolo sessuale, proprio a causa delle prepotenti dimensioni falliche.

Marzio Boni

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