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micolRoma, 22 lug – Nel nostro paese non si gioca solo a calcio. La nazionale italiana di MMA ai mondiali IMMAF di Las Vegas trionfa e ritorna a casa con tre bronzi, due ori e un argento, accreditandosi a buon diritto nel pantheon globale di questo sport che dagli States sta prendendo piede ormai in tutta Europa. Dopo il trionfo di Alessio Di Chirico nel 2014, quest’anno a salire sul gradino più alto del podio insieme a Lucrezia Ria c’è Micol Di Segni, classe 1987, già medaglia di bronzo lo scorso anno. Il Primato Nazionale ha incontrato Micol per farle alcune domande.
Ciao Micol, la prima domanda è di rito: come ti sei avvicinata al mondo delle Mixed Martial Arts?
Sono capitata in una palestra di MMA per caso, era uno sport che non conoscevo e mi ha subito incuriosita. Mi sono iscritta all’Hung Mun Studio dove ho cominciato col grappling e il Brazilian jiu jitsu, per poi passare alle MMA un paio di anni dopo…ed eccomi qui!
Sei la seconda campionessa del mondo IMMAF uscita dall’Hung Mun in due anni. Qual è il vostro segreto?
È il team che fa la differenza. Siamo un gruppo molto unito, coordinato da due persone estremamente competenti che hanno una visione a tutto campo di questo sport, Fabio Ciolli e Riccardo Carfagna. L’impegno, il sacrificio e la dedizione dei singoli sono d’aiuto e d’esempio agli altri. Siamo una famiglia.
Ecco dove volevo arrivare. Nelle arti marziali miste il sacrificio è la base di tutto. Qual è stata la tua preparazione fisica e mentale per arrivare a Las Vegas?
A livello fisico è bastato intensificare gli allenamenti e anticipare l’inizio della dieta per il calo peso, a livello mentale ho rinunciato ad uscire la sera, ad andare al mare con gli amici, ho messo da parte relazioni, lavoro e università. Ho pensato, sognato e visualizzato solo i match che mi aspettavano. Ho rinunciato a tante cose per prepararmi al meglio ma non mi è pesato molto, nei momenti più duri mi bastava l’idea del mio braccio alzato al termine della finale per tirarmi su. Non ho vissuto la preparazione come un sacrificio, ma come un percorso verso il mio sogno: è stato uno dei mesi più duri e belli della mia vita.
La tua vittoria è un altro passo avanti per dimostrare la potenzialità dell’Italia in questo sport. Possiamo dire che il tuo esempio e quello di Alessio aiutano a capire che la vostra disciplina può crescere con uno stile italiano senza necessariamente andare oltreoceano a cercare migliori approcci?
Assolutamente si. Non abbiamo nulla da invidiare ai team americani se non il numero di atleti praticanti. Il livello tecnico è al livello degli USA e superiore ad altri paesi, la nostra Nazionale è stata la prima tra le europee e seconda solo a quella americana per numero di atleti arrivati a podio durante questo Mondiale. È un grande risultato per una nazione così piccola.
Per un’atleta giovane come te questo è sì un traguardo, ma anche un nuovo punto di partenza e, immagino, soprattutto un nuovo stimolo. Prossimi obiettivi?

Sangue di Enea Ritter

Il mio sogno è combattere da professionista. Prima di compiere questo passo il prossimo obiettivo è l’Europeo IMMAF di Novembre, cercheremo di far sventolare alto il tricolore anche in quest’occasione. L’esperienza che si accumula in gare internazionali è secondo me una base fondamentale per costruire una solida carriera da fighter professionista.
 Ci sono stati anche periodi difficili nella tua carriera di fighter, come la squalifica di cinque mesi per doping nel 2014. E’ stato difficile ripartire?
 
La squalifica per doping (THC) è stata un brutto colpo, arrivata in un momento in cui ero sicura di essermi garantita il posto in Nazionale. Ho rischiato di rimanere ferma per 2 anni, fino al giorno del processo in cui la commissione del CONI ha valutato il mio utilizzo di cannabis come un gesto deleterio per la mia persona ma non atto a migliorare la performance in gara, riducendomi la pena a 5 mesi e permettendomi di partecipare ai trials e riprendere il mio posto in Nazionale. Ironia della sorte, al termine della finale sono stata sottoposto a un controllo antidoping dalla NSAC (NevadaState AthleticCommission), ovviamente risultato negativo. La rabbia e il desiderio di rivalsa accumulato nei mesi di stop sono stati d’aiuto per raggiungere la determinazione che mi ha portato alla vittoria.
Ultima domanda prima di salutarti. Un tuo consiglio a un ragazzo o a una ragazza che si avvicina per la prima volta a una palestra di MMA?
Di solito quello che frena i nuovi arrivati in palestra è la paura di farsi male. Quello che posso dire in seguito alla mia esperienza è che si può vincere un Mondiale dello sport più duro che esista senza riportare neanche un livido. Non è uno sport violento come può sembrare ai non addetti ai lavori: la violenza è quella che si vede fuori dagli stadi, quando si sale sul tatami o in gabbia regnano le regole ed il rispetto verso l’avversario. È una disciplina completa e divertente, provare per credere!
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