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Roma, 25 lug – Sì, i bastioni di Orione e tutto il resto, ma per una generazione cresciuta a pane e repliche tv di Mediaset, Rutger Hauer, l’attore olandese morto il 24 luglio 2019, all’età di 75 anni, è stato soprattutto un volto iconico dell’immaginario degli anni ’80. Il cavaliere di Ladyhawke, il grottesco samurai non vedente di Furia cieca, l’autostoppista psicopatico di The Hitcher. Personaggi buoni, buonissimi, o anche cattivissimi. Perché quel volto lì, spigolosamente europeo, lo poneva già da subito al di là del bene e del male. Sempre all’inizio dei ruggenti anni ’80, ma ancora in piena estetica da ’70, era riuscito persino a oscurare il divo per eccellenza di quel periodo, Sylvester Stallone, in quello strano poliziottesco che era I falchi della notte, con Sly in barba e occhialetti e Rutger bello e cattivissimo nei panni di un feroce terrorista che ricordava vagamente Carlos. Dimenticabilissimo, ma la scena del riconoscimento in discoteca sulle note di Brown Sugar conserva ancora quel certo non so che.

Una vita da film

La sua stessa vita, prima di approdare al cinema, era stata da film: nato nel 1944 a Breukelen (Olanda), figlio di due attori, Arend e Teunke, a 15 anni si era imbarcato su un piroscafo mercantile per un anno, seguendo le orme di suo nonno capitano di goletta. Al suo ritorno si era iscritto a una scuola di arte drammatica, finendo però per fare una vita da bohemien tra i coffee shop di Amsterdam. Espulso dalla scuola, era approdato nella Marina Olandese, per poi fuggire anche da lì, non senza un breve passaggio in un istituto psichiatrico.

L’incontro con il regista Verhoeven

L’incontro fondamentale della sua vita è quello con Paul Verhoeven, il più famoso e controverso regista della storia del cinema olandese. È lui a farlo debuttare in Floris, una serie tv olandese del 1969 che sarà un successo clamoroso e in cui Hauer scoprirà uno dei filoni narrativi in cui dare il meglio di sé: quello medievale. Aveva un volto d’altri tempi e il cinema lo capì subito. Lo ritroveremo cavaliere o sovrano nel già citato Ladyhawke, ne L’amore e il sangue, in cose come Warrior Angels – Lame Scintillanti o Minotaur. Sarà persino Federico Barbarossa nel Barbarossa di Renzo Martinelli, mega produzione di marca leghista.

Il sodalizio con il regista di Black Book

Ma dicevamo di Verhoeven. Hauer reciterà per lui in Fiori di carne, Kitty Tippel, Spetters, L’amore e il sangue e in Soldato d’Orange, film in chiaroscuro sull’occupazione tedesca dell’Olanda, tema peraltro caro al regista, che vi tornerà sopra anche nel documentario Portret van Anton Adriaan Mussert, sul leader fascista olandese, e in Black Book, molto discusso per aver messo in discussione l’idea dei partigiani sempre eticamente immacolati. Con la Seconda guerra mondiale, invece, Hauer avrà ancora a che fare in Pastorale 1943, in cui farà il nazista, e negli sceneggiati televisivi Fuga da Sobibor, in cui farà il partigiano artefice della rivolta nel lager, ne I diari del Terzo Reich, in cui interpreterà Albert Speer, e in Fatherland, resa televisiva del romanzo ucronico di Robert Harris, in cui sarà l’agente della Kripo Xavier March.

L’indimenticabile Roy Batty in Blade Runner

E poi, certo, ci sono anche i bastioni di Orione, ovviamente. Il fatto di aver recitato nel più importante film di fantascienza della storia del cinema, Blade Runner, ha certamente contribuito a fissare l’attore olandese nell’olimpo della settima arte. La pellicola di Ridley Scott, peraltro, come è stato segnalato da molti, era ambientata in un immaginario 2019, lo stesso anno in cui poi Hauer è morto (nel 2019 erano ambientate altre due distopie cinematografiche, di livello ben più basso, ovvero L’implacabile e V per Vendetta). Il successo del film fu dovuto a una sorta di “lapsus ideologico” che portò a Scott a trasformare radicalmente il messaggio di Do Androids Dream of Electric Sheep?, il racconto di Philip K. Dick da cui la pellicola è tratta. Un “lapsus” dovuto proprio alla magistrale interpretazione di Rutger Hauer nei panni del replicante Roy Batty, nella quale l’attore mise come è noto molto del suo, improvvisando alcune scene chiave. Come tutti gli androidi della serie Nexus 6, Roy è programmato per vivere solo quattro anni di vita, nel mezzo di un mondo cupo, decadente, in cui una umanità avvilita e multirazziale vive in un pianeta inquinato. Ribellandosi al suo lavoro di schiavo nelle colonie spaziali, il replicante cerca di prolungare la propria vita oltre la scadenza programmata. Tentativo tragico e tragicamente destinato ad andare a vuoto, con il replicante Roy che si spegne al termine di un’esistenza vissuta secondo i canoni dell’etica classica: breve, ma eroica.

Il robot come “vero uomo”, come erede dell’avventura storica, che rappresenta appunto il propriamente umano, laddove gli uomini veri risultano abbrutiti al livello di una subumanità oscura. Come “profezia” per il 2019, era azzeccata solo per metà.

Adriano Scianca

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