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Roma, 3 set – Cosa hanno in comune Nietzsche, Marx, Sorel, Croce, Gentile, Schmitt e, ancora, Evola, Pareto, Oriani, Platone? Oltre che essere grandi pensatori, filosofi, uomini di grandissima levatura, hanno tutti contribuito, talvolta a loro insaputa, a forgiare il pensiero e l’azione di Benito Mussolini. A colmare il vuoto di uno studio sistematico su come il figlio del fabbro di Predappio sia arrivato a coagulare idee, filosofie, visioni del mondo almeno apparentemente distanti, ci ha pensato il direttore del Primato Nazionale nonché penna de La Verità, Adriano Scianca con il suo “Mussolini e la filosofia”, edito da Altaforte che, per la prima volta, si spinge sul terreno della Storia. Quella Storia per la quale in modo del tutto arbitrario, per non dire incivile, la claque a comando dei sacerdoti del politicamente corretto ha provato a intentare censure e processi preventivi. Un calcio in faccia alla libertà di opinione che, si sa, interessa ben poco certi cenacoli del mainstream.

Per comprendere il pensiero del Duce ci si deve immergere nelle idee forza in cui si è formato

L’importanza del libro di Scianca, che è da oggi è disponibile qui, si coglie appieno nella bella prefazione di Marcello Veneziani (di Caio Mussolini è invece la postfazione). “Non si può capire Mussolini fuori dalla filosofia”, scrive il noto scrittore. E in effetti è semplicemente impensabile arrivare a comprendere il suo pensiero se non ci si immerge, per quanto sia possibile, nel clima e nelle idee forza in cui il Duce è cresciuto, vissuto, si è formato. Dalle sue prime letture, alla parentesi da esule (termine che non amava) in Svizzera a inizio ‘900, dove ha avuto modo di entrare in contatto con Vilfredo Pareto, per correre a perdifiato passando per Marx e Nietzsche sino alla Grande Guerra, e poi ancora all’incontro con Gentile. Alla sua attività da presidente del Consiglio, sempre comunque attenta alle correnti letterarie, filosofiche.

Un autodidatta con “un debole per la filosofia”

Mussolini è stato un autodidatta, un tratto che forse molti non gli hanno perdonato, ma un autodidatta che ha provato a forgiare una dottrina prendendo a destra e a manca (nel vero senso della parola) e a fare un’opera di sintesi che avesse un criterio preciso. Quello della concretezza: non per ornamento ma per utilità. Una cultura che si forma attorno al primato dalla prassi. “La mia cultura– scriveva nel 1928 – non è generale, o, peggio, generica: ma sistematica per ogni questione. Appunto perché la cultura mi serve, non io la servo. Mezzo, non fine. Arma, non adornamento. Si poteva anche dire che ho un debole per la filosofia, e più precisamente per la storia della filosofia”. In questa “debolezza”, Scianca va a esplorare, con grande padronanza delle fonti e attraverso un viaggio che finisce per ripercorrere lo stesso cammino umano di Mussolini. Da giovane a anziano. Da socialista rivoluzionario a creatore di una nuova dottrina politica. Da statista al centro delle attenzioni del mondo a politico sulla drammatica via del tramonto.

E per capire cosa sia stata la filosofia per Mussolini, anche nella stagione del commiato della Rsi, può bastare leggere i suoi dialoghi, pregni di citazioni filosofiche, con Ottavio Dinale, sindacalista rivoluzionario che lo seguì sino sul Garda, e con Pierre Pascal, poeta francese in fuga da Vichy che aveva tradotto oltralpe anche il suo “Parlo con Bruno”, uno dei libri più ricchi di pathos scritti da Mussolini e dedicato al figlio aviatore morto in volo.

La ricerca di Scianca serve per capire Mussolini non per schierarsi contro o a favore

L’ultima fatica di Scianca merita di essere letta, per ripensare Mussolini non per schierarsi contro o a favore di qualcuno. Per capire. Per comprendere meglio un’epoca e un personaggio che è nella Storia. E che il dibattito abbia inizio. Senza scomuniche, ma come momento di confronto. Già, il confronto, questo sconosciuto. Scianca lancia uno spunto frutto di un serio lavoro di ricerca: qualcuno è in grado di rispondere senza scagliare i soliti, triti anatemi?

Fabrizio Vincenti

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