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Nei cinema “Loving”: quando gli Usa vietavano i matrimoni misti (oltre 20 anni dopo averci “liberato” dal fascismo)

by Emmanuel Raffaele
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Roma, 22 mar – Stati Uniti, 1924. Ben quattordici anni prima che in Italia venissero promulgate le cosiddette leggi razziali, lo stato americano della Virginia emanava il Racial Integrity Act, una legge per la tutela dell’integrità della razza, che sarebbe rimasta in vigore addirittura fino al 1967 e che, in versioni simili, interessò fino al caso “Loving contro Virginia” decine di stati a stelle e strisce. Il Racial Integrity Act, tra le altre cose, vietava a persone di razza bianca di sposare persone di altre razze. In Georgia era vietato sposare “persone di discendenza africana; tutti i negri, i mulatti, i meticci, e i loro discendenti, aventi nelle vene una accertabile traccia di sangue negro o africano, indiano occidentale o indiano asiatico; mongoli”. In Alabama qualsiasi “negro o discendente di un negro fino alla terza generazione compresa, anche se un antenato di ciascuna generazione era bianco”. E così anche in Arizona, California, Colorado, Florida, Indiana, Kentucky, Louisiana, Maryland, Missouri, Montana, Nebraska, Nevada, North carolina, North dakota, Oklahoma, ecc.

A riaprire quella pagina di storia è “Loving”, pellicola uscita il 4 novembre 2016 negli Stati Uniti e proiettata per la prima volta nelle sale italiane soltanto una settimana fa. Film di produzione anglo-americana, scritto e diretto da Jeff Nichols, presentato in anteprima ed in concorso al Festival di Cannes 2016, con Ruth Negga candidata agli Oscar come migliore attrice protagonista, “Loving” racconta la storia vera del matrimonio interrazziale tra Richard Perry Loving e sua moglie Mildred Delores Jeter. Classe 1933, di razza bianca lui; classe 1939, classificata nei documenti dell’epoca come “colored” lei, nel giugno del 1958, all’età di 18 anni, rimasta incinta, accetta di sposare Richard. Così, i due, che vivono a Central Point in Virginia, come se niente fosse, vanno a Washington, nel distretto della Columbia, si sposano per poi far ritorno nella propria cittadina. All’alba dell’11 giugno, però, la polizia fa irruzione in casa Loving, sperando di poterli cogliere in flagranza per il reato di sesso interrazziale, scoprendo che i due, nel frattempo, si sono sposati in un altro stato. Con questa accusa ed a causa dell’incrocio razziale che sarebbe avvenuto con la nascita del bambino, i due vengono arrestati ed in seguito condannati ad un anno di prigione o, in alternativa, ad un esilio di 25 anni fuori dallo stato della Virginia. Richard e Mildred si spostano dunque in Columbia finché, nel 1964, proprio la moglie decide di raccontare la propria storia a Robert Kennedy, procuratore generale e, di lì a poco, senatore. E’ così che la loro storia arriva all’ACLU (American Civil Liberties Union) ed al giovane avvocato Bernard Cohen, che li seguirà nella loro causa, convinto che, attraverso di loro, avrebbe potuto far scrivere una sentenza storica. Ed è quello che accade nel giugno del 1967, quando ad esprimersi sul caso è la Corte Suprema degli Stati Uniti, che mette al bando il Racial Integrity Act dopo oltre quarant’anni e dà così il via ai matrimoni misti e ad un processo di abbattimento delle misure segregazioniste in ogni campo.

Privo di autentico pathos, forse anche troppo lungo (123 minuti) per lo stile narrativo scelto, due attori che in realtà passano quasi inosservati (stupisce la candidatura agli Oscar), il terzo film sulla storia dei Loving non è certo un capolavoro. Se l’intento era quello di far passare la “Storia” sopra la testa di due esistenze semplici e quasi (probabilmente fin troppo) inconsapevoli, per restituirgli una dimensione umana e poco retorica, la missione può dirsi più che compiuta. Ma quello che ne viene fuori è, così, un film scialbo sulla vita comune di due persone comuni, che non focalizza al meglio la vicenda da pun punto di vista storico-politico, senza però riuscire neanche ad essere coinvolgente nel racconto della vita quotidiana.

Unico merito, dunque, quello di riportare in scena una storia che la dice lunga sulla propaganda americana e globale che, dalla seconda guerra mondiale in poi, ha inteso giustificare l’imperialismo statunitense attraverso l’illusione della nazione democratica per eccellenza, che portava in punta di cannone uguaglianza e libertà, contro ogni ideologia fascista/razzista (in un’assimilazione che dura ancora ai giorni nostri), salvo poi ricordarsi che, quanto ad uguaglianza e libertà, di certo gli Usa non primeggiavano ed hanno continuato a non primeggiare ancora per molto tempo dopo la fine della guerra. Oltre trent’anni dopo la fine della guerra che avrebbe “liberato” l’Italia dal razzismo fascista, infatti, negli Usa era ancora possibile vietare i matrimoni misti. Soltanto negli anni Cinquanta i neri ottengono il riconoscimento di non poter essere rifiutati nelle università per il loro colore della pelle. Nel 1937 registrava ancora incassi record il film del 1915 “Nascita di una nazione”, con una lettura da molti accusata di razzismo e giustificazionismo nei confronti del Ku Klux Klan. E’ durato fino al 1972 il tristemente famoso esperimento di Tuskegee, iniziato nel 1932, in cui quattrocento mezzadri afroamericani malati di sifilide furono utilizzati per un esperimento – del quale non erano consapevoli – sulla progressione della malattia non curata. Ben prima dell’avvento del fascismo al potere, negli Usa nasceva un campionato di baseball per soli atleti neri. E’ sempre solo negli anni Cinquanta che la Corte suprema dichiara incostituzionale la separazione di bianchi e neri sugli autobus interstatali. E’ il 1948 quando si stabilisce la fine della segregazione nelle forze armate, mentre nel 1962 il presidente Kennedy trova ancora necessario emanare un atto per la fine della segregazione abitativa (limitazioni su acquisto ed affitto di case) e, ancora sul finire degli anni Cinquanta, c’è la necessità di due diversi atti per promuovere la partecipazione dei neri al voto. Nel 1963, del resto, George Wallace, neogovernatore dell’Alabama, scandiva: “segregazione ora, domani e sempre”. E si deve attendere Michael Jackson, d’altronde, per avere un nero in una classifica di successi discografici bianchi. Senza contare, soprattutto, le decine e decine di scontri sanguinosissimi a sfondo razziale consumatisi nel tempo negli Usa, dalle centinaia di morti del 1921 a Tulsa, in Oklahoma (oltre 6mila neri arrestati dopo la rivolta bianca seguita all’accusa ad un nero dello stupro di una ragazza bianca) ai due o trecento morti tra Chicago e Washington nel 1919 fino agli oltre trenta morti di Los Angeles nel 1965, episodi cruenti di una integrazione che non ha mai realmente funzionato e che ha i suoi strascichi ancora oggi. Nel paese in cui, quando l’Italia era ormai nata da due anni, ancora esisteva la schiavitù e dove, ancora oggi, con l’elezione di Trump e la nascita dei “Black Lives Matter” sul finire dell’epoca Obama, la questione razziale appare eternamente irrisolta.

Emmanuel Raffaele

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