Roma, 10 giu – Nessuno si aspettava delle celebrazioni in pompa magna, ma almeno un “ricordo social” o qualche breve video celebrativo da far girare in rete, così come va di moda in questi anni “emotivi”, ci poteva stare. E invece il ricordo del primo campionato mondiale di calcio conquistato dall’Italia esattamente 85 anni fa passa in sordina. Qualche articoletto sul web qua e là, più che altro per parlare male del Duce e porre l’accento sui presunti “favori arbitrali” che avrebbero consentito agli azzurri di aggiudicarsi la Coppa Rimet del 1934. Niente di più. Eppure quel 2-1 rifilato alla Cecoslovacchia il 10 giugno di 85 anni fa segnò la nascita di una delle nazionali di calcio più forti di tutti i tempi. L’Italia ai tempi del fascismo non solo bissò il successo ai mondiali in Francia nel 1938 – oltre a noi due mondiali consecutivi li ha vinti solo il Brasile di Pelè – ma si aggiudicò anche le Olimpiadi di Berlino ’36 (e in quegli anni la vittoria calcistica olimpica valeva tanto quanto quella del campionato Fifa).

Vittorio Pozzo il “fondatore” del calcio italiano

Vero e proprio artefice del successo del 1934 fu l’allora commissario tecnico Vittorio Pozzo. Fautore di un gioco solido e concreto, magari non un mago sotto il profilo “tecnico” – anche se a lui si deve l’invenzione del sistema di gioco detto “metodo” che rappresentò una grande innovazione tattica – era, per dirla con Bruno Pizzul “un grande motivatore, da vecchio alpino faceva cantare i canti ai giocatori per motivarli, aveva un grande spirito ed era rigoroso nella preparazione atletica”. Uomo di sport modesto e senza fronzoli, pagò la sua convinta adesione al regime fascista con le dimissioni che la Figc gli impose di dare nel 1948. E i risultati della nazionale non diedero ragione al nuovo corso nel dopoguerra, visto che il primo trofeo arriverà solo con la vittoria dell’Europeo nel 1968, mentre per il Mondiale toccherà attendere fino al 1982.

L’intuizione del Duce

Fu dunque anche grazie a Benito Mussolini se nel 1934 la nazionale italiana di calcio inaugurò un ciclo incredibile di vittorie. Ma non perché il Duce fosse in realtà un Moggi ante litteram come raccontato in alcuni articoli usciti oggi, dove si narra di arbitraggi pilotati da far impallidire Byron Moreno, piuttosto grazie all’intuizione del regime di fare del calcio lo sport nazionale italiano. Fu così che l’Italia fascista già nel 1928 si candidò per ospitare i mondiali del 1930, rinunciando poi a partecipare dopo la discussa assegnazione all’Uruguay (al primo mondiale sudamericano per protesta parteciparono solo 4 squadre europee). Il primo mondiale europeo fu dunque ospitato dall’Italia.

Il percorso degli azzurri

Il torneo ad eliminazione diretta iniziava dagli ottavi di finale, in cui l’Italia sconfisse agevolmente gli Stati Uniti per 7-1. L’ossatura della squadra era per buona parte quella della Juventus (sette i titolari bianconeri), a cui si aggiungevano altri grandi campioni come Giuseppe Meazza, Attilio Ferraris e Angelo Schiavio. Ai quarti di finale l’Italia si ritrovò la Spagna, una delle favorite. Il match finì 1-1, con il pareggio italiano forse viziato, secondo i detrattori, da una carica sul portiere Zamora. All’epoca non esistevano i rigori e la partita venne replicata il giorno successivo, con gli azzurri che superarono le furie rosse grazie ad un gol di Meazza.

Anche la semifinale fu una battaglia, vinta di misura per 1-0 contro la fortissima Austria. A segnare fu l’oriundo Guaita. In finale l’Italia riuscì invece a ribaltare il risultato contro la favorita Cecoslovacchia. Trovatisi in svantaggio a un quarto d’ora dal termine, gli azzurri pareggiarono dopo pochi minuti con Orsi e trovarono la vittoria per 2-1 al primo tempo supplementare grazie ad un gol di Angelo Schiavio. Fu una vittoria della volontà, testimoniata dal fatto che Schiavio era infortunato quando trovò il gol della vittoria (all’epoca non esistevano le sostituzioni). Passò alla storia come “il gol dello zoppo”.

Insomma 85 anni fa iniziò un’epopea sportiva senza eguali nella storia del calcio europeo che meriterebbe di essere ricordata più degnamente. Purtroppo il fatto che al governo in quegli anni ci fosse Mussolini ha raffreddato l’entusiasmo di dirigenti sportivi e cronisti odierni.

Davide Di Stefano

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