Roma, 21 dic – Abbiamo fatto un esperimento: siamo andati a vedere House of Gucci pur sapendo che molto probabilmente non ci sarebbe piaciuto. Ebbene, il film è bruttissimo, molto più brutto di quanto ci aspettassimo. La sala, ca va sans dire, era strapiena – mai vista una folla del genere nell’era del Covid. Si sa, Lady Gaga tira. Ma Ridley Scott ha compiuto un’operazione indegna ed è doppiamente colpevole, visto che in passato ha girato capolavori assoluti.

House of Gucci, tutti gli indizi sono già nel titolo

Il titolo in effetti è di per sé già un indizio: un film di americani che fanno gli italiani. E non c’entra niente che alcuni di loro, a partire dalla protagonista, abbiano origini italiche. Non basta a salvare il film dalla netta sensazione che come il marchio Gucci non ha più nulla a che fare con i Gucci ormai da tempo, così il film di Scott non ha nulla a che spartire con la famiglia toscana. C’è Jared Leto, che fa Paolo Gucci, il figlio scemo di Aldo Gucci (Al Pacino al suo peggio, la caricatura di un boss mafioso), che sembra una marionetta di Pulcinella per quanto gesticola. Al contrario c’è Jeremy Irons che fa Rodolfo Gucci come se fosse Laurence Olivier che interpreta un aristocratico dell’Inghilterra dell’Ottocento. Adam Driver poi, che fa Maurizio Gucci, è un ottimo attore sprecatissimo nel fare un nerd che in Italia come stereotipo (ancora) non esiste. Con quelle espressioni semi ebeti e quelle manone da “ragazzo speciale” si aggira come un bambacione troppo cresciuto in balia di Lady Gaga/Patrizia Reggiani. La quale, con tutto il rispetto, quando è con l’altra bassina del film, Salma Hayek/Pina Auriemma, è ancora più un “sacco di patate”, come qualcuno (giustamente) la chiama nel film.

Una vicenda che avrebbe potuto essere avvincente, e invece…

Cast stellare, è vero. Sprecato, però. Tanto che Lady Gaga, che ora può davvero cantare e recitare con eguale bravura e successo, è troppo brava per un film del genere. Un film che poteva essere avvincente – visto che parla di una casa di moda, di potere, di tradimenti, addirittura di omicidio – e invece è talmente lento e noioso. Tanto che in sala a un certo punto si è levato il grido disperato seppur sommesso di uno spettatore rivolto alla sua compagna: “Ma non c’è l’intervallo?!?”. Come a dire, pietà per favore: fatemi riprendere un attimo. E invece niente: due ore e 40 che non passano mai. Che ti schiantano le parti basse. Che ti fanno quasi rimpiangere Diabolik (e abbiamo detto tutto). Per carità, costumi e gioielli originali Gucci rispolverati per l’occasione sono da antologia. Le location pazzesche e da super ricchi, sebbene con la giusta finzione filmica: Milano diventa Roma (Quartiere Coppedè). Ma il problema è l’impianto generale.

La classica saga familiare di super ricchi e super spietati

La mano di Scott si riconosce a tratti – c’è giusto un bel piano sequenza – ma nel complesso la regia è piatta e banale. La sceneggiatura riprende pedissequamente il libro House of Gucci. Una storia vera di moda, avidità, crimine di Sara Gay Fordern. Si narra di come la Reggiani abbia conquistato il Gucci, l’abbia sposato e poi abbia preso piede e potere nella famiglia. Il plot è un archetipo: la classica saga familiare di ricchi, avidi e bramosi di potere che vogliono fare le scarpe agli altri parenti (immagine davvero calzante) e prendere il controllo della maison-miniera d’oro. Alla fine Gucci rimane senza nessun Gucci, Maurizio viene ucciso su ordine della moglie, Paolo muore in miseria. Insomma sembra un romanzo e invece è tutto vero.

Un’americanata pacchiana

A maggior ragione quindi rimproveriamo a Scott di essersi prestato – in tal senso è recidivo, visto il recente e deludente Tutti i soldi del mondo sempre sul tema ricconi in Italia – a un’operazione che rende una farsa spesso ridicola quella che invece è una tragedia. E non parliamo solo dei fatti di sangue e di cronaca nera che imperversarono nell’Italia del 1995. Né parliamo degli errori marchiani come una copia del Foglio letta da Driver quando all’epoca non era stato ancora fondato o delle insegne anni Duemila lasciate negli esterni. E passi pure che le canzoni della colonna sonora all’inizio sono cronologicamente a tema poi deragliano verso scelte anacronistiche. Parliamo della tragedia di una famiglia che perde il marchio di famiglia, per l’appunto. Dell’Italia che perde una delle sue eccellenze assolute in un campo dove giochiamo da protagonisti. E ora cosa ci resta? Lady Gaga che si segna dicendo “Nel nome del padre, del figlio e della famiglia Gucci”. Un’americanata pacchiana che nulla ha a che spartire con la classe che per decenni ha contraddistinto la casa di alta moda e lusso toscana.

Adolfo Spezzaferro

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2 Commenti

  1. Praticamente una puntata lunga di Beautiful, con personaggi tamarri. Al Pacino che crede di essere ancora negli anni 70′ con Il padrino senza capire che si tratta di una famiglia toscana e non sicula.

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