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Nintendo, un’azienda “anti-capitalista”? Iperbole (ma non troppo)

by Stelio Fergola
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Nintendo anti-capitalista modello

Roma, 28 feb – Un pensiero che facevo oggi sul mercato dei videogiochi, che riflette anche i limiti del liberal capitalismo, riguarda il caso, del tutto peculiare, della popolare azienda Nintendo, leader del settore.  Chi segue il mercato videoludico sa come lo stesso stia attraversando una fase di estrema crisi. È oggetto di dibattito se sia una crisi paragonabile al disastro degli anni Ottanta (quando fallirono aziende su aziende) oppure no. Ma comunque, la flessione è indiscutibile: costi immani, rientri economici risicati, aziende come Sony che licenziano in massa. Ebbene, in questo quadro complicatissimo, proprio la storica Nintendo esce piuttosto pulita, o quanto meno più resistente rispetto ad altri marchi concorrenti. Il perché è il cuore della riflessione che segue

Nintendo, un’azienda “anti-capitalista”?

Ovviamente, si tratta di un’iperbole. Non si potrebbe parlare in modo preciso di Nintendo come “anti-capitalista”: la casa di Kyoto è a tutti gli effetti inserita nel contesto sistemico, ma in questa situazione complicata, evidente già dai primi mesi dello scorso anno, per di più in una società piena di problemi come quella giapponese, ha dimostrato di operare in modo diverso dalle altre e di rifiutare alcuni diktat oppressivi del sistema medesimo. Di certo, non proponendo alcunché di “comunistico” né tanto meno di marxista, ma semplicemente di votato al buon senso. I recenti licenziamenti in massa decisi da Sony e da altri marchi non sembrano riguardarla, quanto meno non allo stesso modo. Una questione strutturale, tradizionale e culturale, dal momento che l’ex presidente della compagnia Satoru Iwata, scomparso ormai diversi anni fa, riteneva (testuale) che “in caso di crisi i licenziamenti non sono la soluzione”. Il capitalismo come ben sappiamo va in direzione opposta, quando gli utili scarseggiano o si entra in difficoltà. Ovviamente, i licenziamenti sono sempre possibili, ma in questo caso si può parlare di una resistenza piuttosto forte alle crisi.

Capitalismo, ma con giudizio, controllo e risparmio

Viene alla mente un parallelismo, sicuramente impreciso ma efficace: una sorta di “Adriano Olivetti dei videogiochi”. Questo perché Nintendo, pur essendo un’impresa indiscutibilmente capitalistica, lavora e ha sempre lavorato in senso molto “sociale”, perfino conservativo se si pensa alle modalità con cui investe. È cosa nota che le maggiori compagnie del mondo, quelle che muovono solitamente quantità di denari gigantesche (anche superiori a Nintendo per vasti periodi) quando investono ricorrono spesso ai prestiti bancari. N è una società che lo fa pochissimo, o per nulla. Spende ciò che ha in cassa, e in cassa ha parecchio, dal momento che come possibilità finanziarie e patrimonio è la compagnia più ricca del Giappone, con l’incredibile cifra di 11 miliardi di dollari (dati aggiornati al 2024). Un atteggiamento in controtendenza rispetto alle varie Microsoft, Sony e compagnia cantante. Ma che paga in termini di solidità. E ci porta a riflettere su quanto sia pericoloso il capitalismo estremo. Ottimo in periodi di esplosione, potenzialmente devastante in quelli di crisi. Nintendo non chiede prestiti alle banche – in linea di massima – e spende solo ciò che ha. Il resto del mondo vi ricorre in modo massiccio e ripaga con gli utili. Rischiando di naufragare ancora peggio se poi le cose dovessero andare male. Insomma, il modello di Nintendo, quasi “anti-capitalista” ma sostanzialmente virtuoso nelle modalità di esercizio, sarebbe qualcosa da tenere d’occhio se si vuole pensare di superare o almeno di limitare un sistema economico come quello odierno, profondamente fallimentare se non per ristrette cerchie di individui.

Stelio Fergola

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