Il romanzo narra la storia di un fascista padovano di nome Giulio, un avvocato che passa con disinvoltura dalla filosofia alla polvere da sparo, senza negarsi numerose avventure galanti. È nell’ambiente ottuso e nostalgico della destra padovana che si muovono Giulio e i suoi congiurati, intenzionati a spingere alle estreme conseguenze le debolezze e le contraddizioni del sistema uscito vittorioso dalla Seconda Guerra Mondiale. Per chiudere i conti con i vincitori una volta per sempre. In bilico tra Così parlò Zarathustra e il Che fare? la vicenda è tutta un vortice di tensioni pronte a scatenarsi, ma che nell’Italia dei chiacchieroni faticano a trovare esito concreto. L’intento, nichilista e romantico a un tempo, è quello di rompere gli schemi imposti e far convergere l’autentico ribellismo di rossi e neri sull’obiettivo comune, mirando a creare un caos sociale e politico in cui poter infiltrare un’azione rettificatrice. È in questo fermento di possibili avvicinamenti e azioni dimostrative che avanza l’ipotesi di un comunismo castrense, dorico, un platonismo rivoluzionario che unisca gerarchia e anticapitalismo.
Nel corso della storia la prosa vivida e agile delle autrici cala il lettore in una serie di situazioni che paiono sempre più corrispondere a un disegno dettato dai capricci della sorte più che dalla sola volontà degli uomini. Come se un guasto al motore dell’auto potesse voler dire un inascoltato “non più oltre”. Ma i congiurati, presi da un crescendo di contatti, progetti editoriali, collaborazioni più o meno serie e manifestazioni si trovano sempre più stretti nelle maglie del destino, che si farà infine pressante e inesorabile. Calarsi nel clima di piombo di fine anni ’60 è ormai esercizio arduo, specie per chi è nato diversi anni dopo. Non solo l’età anagrafica separa da quei frangenti, ma anche il contesto politico e sociale che nel corso del tempo ha visto una crescente impoliticizzazione a tutti i livelli e la vittoria assoluta della finanza sovranazionale su ogni altra autorità. Il lavoro di ricerca e realismo delle autrici è palpabile e dà vita a una città ricostruita con realismo nelle sue piazze, nei quartieri operai e nel tran-tran quotidiano. Il clima è quello dell’Italia democristiana e i colori sono quelli sbiaditi dei primi film a colori, dei poliziotteschi anni ’70, e allora Non ci sono innocenti potrà sembrare al lettore il ricordo anarchico e romantico – cioè rivolto all’origine – di una stagione di ribellione che terminò in una estenuante tregua. Un passato di cui ancora si percepiscono gli strascichi.
Il fatto che il romanzo sia a tutti gli effetti la prima biografia autorizzata di Franco Freda aggiunge alla narrazione un interesse storico di non secondaria importanza. La vicenda culturale delle Edizioni di Ar e del Gruppo originario è raccontata con gusto e l’entusiasmo della milizia culturale risulta spesso palpabile. I curiosi troveranno diversi spunti di interesse e potranno riconoscere in varie occasioni autori più o meno noti della destra radicale italiana ed episodi curiosi, come la conferenza pro-Palestina che si tenne a Padova di fronte a 500 persone. Non ci sono innocenti è un romanzo avventuroso, una storia di brigantaggio post-factum, in cui si alternano ribelli e letterati, comparse e burattini, amici e nemici.
Francesco Boco
Ti è piaciuto l’articolo?
Ogni riga che scriviamo è frutto dell’impegno e della passione di una testata che non ha né padrini né padroni.
Il Primato Nazionale è infatti una voce libera e indipendente. Ma libertà e indipendenza hanno un costo.
Aiutaci a proseguire il nostro lavoro attraverso un abbonamento o una donazione.