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Roma, 16 ott – L’ultimo giornalista a guadagnarsi un quarto d’ora di celebrità a colpi di tweet è stato Maurizio Crosetti, giornalista di Repubblica. Uno degli happy few che in Italia svolge la professione con tutte le garanzie possibili e immaginabili a fronte di un precariato dilagante. Come è noto Crosetti ha scritto (più o meno) che bisogna impiccare chi non la pensa come lui. Al di là del delirio che implica la cosa in sé (Crosetti è stato obbligato dal suo giornale a rimuovere il tweet e a chieder scusa) bisogna domandarsi cosa spinge giornalisti, più o meno noti, a rilasciare dichiarazioni non richieste sui social. Diciamo che  gli unici che non avrebbero necessità di utilizzare i 140 caratteri sono proprio i giornalisti.

Istituzionalmente hanno a disposizione strumenti di comunicazione più o meno prestigiosi, in questo caso Repubblica. Dunque perché un giornalista sportivo si sente in diritto dovere di fare un affermazione politica (in questo caso anche violenta)? Probabilmente non è soddisfatto del suo ruolo. Vuole esibirsi in altri campi e settori. Dire la sua anche al di fuori del suo raggio d’azione professionale. Questa la ragione profonda di questa pulsione che sta travolgendo e stravolgendo il giornalismo. Su twitter, infatti,  professionisti dell’informazione possono sfogare tutte le loro frustrazioni. Ed ecco giornalisti alla ricerca di visibilità e scrivere post su quello che non sono autorizzati a fare sui loro giornali. Finalmente liberi. Senza un direttore che li censuri. Anche perché l’attività social non è regolamentata in Italia, se non in pochissime aziende attraverso un codice etico interno.

Ma in generale tutti i giornalisti grazie a twitter possono giocare a fare i direttori. Ma così, occupandosi di cose non di loro pertinenza professionale, sviliscono e rendono sempre meno credibile il loro lavoro. Se i social sono uno strumento fondamentale che hanno i cittadini per contrastare il potere dell’informazione in mano ai soliti noti, l’utilizzo da parte dei giornalisti professionisti (si fa per dire) è destinato ad ottenere l’effetto opposto: rendere sempre meno credibile la loro professione e i giornali per i quali lavorano. A maggior ragione se dalle affermazioni e opinioni “personali” si passa direttamente al delirio. Come nel caso Crosetti.

Giuliano Lebelli

2 Commenti

  1. Comunistoide senza coraggio, codardo e
    vigliacco , scenda in politica e dimostri le sue capacità, ammesso che ce ne siano……….. Fascisti a piedi in giù…….. Prima ci deve prendere, poi,forse,ci appende………questi giornalisti sinistri in pochi giorni ci hanno raccontato che noi bianchi siamo dna di scarto dei negroidi ed ora questa mente sinistra ci dice che esiste solo il suo pensiero unico ed i patrioti vanno appesi………col cazzo che ci appendete,col cavolo che ci prendete, oppure con la cicogna se ci volete prendere vivi……..abbiamo le spine……..auguroni.

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