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Roma, 12 mag – La figura di Remo, fratello del fondatore della città di Roma, è tanto nota quanto poco approfondita fagli studi antichistici. Fece eccezione, qualche anno fa, lo studio di T.P. Wiseman, Remus: a roman myth, uscito nel 1995 per la Cambridge University Press e pubblicato in Italia nel 1999.[1]
Il mito di Romolo e Remo ha assunto varie forme nella tradizione letteraria classica. Se le fonti non presentano grandi differenze riguardo all’infanzia di Romolo e Remo, già la fondazione dell’Urbe viene attribuita da taluni scrittori al solo Romolo, da altri ad entrambi i fratelli. La versione secondo cui entrambi i gemelli sono fondatori della città ha due possibili esiti: quella secondo cui Remo sopravvive e quella secondo cui Romolo uccide Remo.
Per quanto riguarda la disputa sul diritto di fondare la città tra i due gemelli, ci sono tre varianti. Nella prima, Romolo prevale senza contese nella competizione augurale; nella seconda, i gemelli si sfidano con le armi e Remo viene ucciso; nella terza, Romolo ha la meglio nella competizione augurale e Remo lo sfida saltando il solco di fondazione appena tracciato. Da questa ultima versione si sviluppano tre sotto-versioni, in cui Remo è ucciso rispettivamente da Romolo, da Fabio o da Celere (in questi ultimi due casi, si sviluppano ulteriori sotto-versioni a seconda che l’uccisione di Remo fosse o meno approvata da Romolo).
Il mito di Remo è stato affrontato da Puhvel, Dumézil e altri studiosi di mitologia e indoeuropeistica in un’ottica comparatistica. Puhvel ha rinvenuto l’elemento del gemello nel mito scandinavo di Ymir (che non ha fratelli ma il cui nome deriverebbe dal protogermanico *Yumiàz=gemello), nel Dio germanico Tuisto e nell’iranico Yima (che allo stesso modo, pur non avendo fratelli, etimologicamente sarebbero connessi al concetto di dualità), nonché nei gemelli indiani Yama e Yami. Remo rimanderebbe etimologicamente allo stesso indoeuropeo *Yemos che è presente in tutti i nomi sopra citati, con l’eccezione di Tuisto. Dumézil, nel suo studio sulla religione romana arcaica, propende invece per un accostamento di Romolo e Remo, gemelli e pastori, alla coppia di Dei indiani della terza funzione detti Nasatya o Asvin. Nella Mythologie universelle del Krappe, Romolo e Remo sono invece paragonati ai Dioscuri Castore e Polluce.
Wiseman, da parte sua, ritiene una forzatura l’inserimento del mito delle origini di Roma nei rigidi schemi proposti dagli autori sopra citati. La famosa Lupa Capitolina, di cui in origine sarebbero esistiti due esemplari – uno sul Lupercale e uno sul Campidoglio – risale probabilmente alla Veio a alla Cere del VI-V sec. a.C.. Un’altra tesi riconduce la produzione del manufatto al 340 a.C.. Le figure in bronzo raffiguranti i gemelli, presenti nell’opera attualmente custodita in Campidoglio, sono state aggiunte durante il Rinascimento, anche se già gli edili Quinto Fabio Pittore e Quinto Ogulnio Gallo avevano collocato due statuette simili nel 296 a.C.. Secondo Livio i due edili, con le somme confiscate agli usurai, «posero (…) le due statue dei gemelli fondatori della città rappresentati in età infantile, sotto le mammelle della lupa». L’iconografia appare anche sulle monete romane dello stesso periodo. L’analisi delle opere di Dionigi di Alicarnasso, Diodoro Siculo e dello stesso Tito Livio fa dunque risalire le prime notizie sul mito della Lupa e dei gemelli risalgono all’inizio del secolo III a.C., senza che questo però precluda di affermare che la tradizione possa essere più antica.
La prima testimonianza archeologica relativa alla lupa e ai gemelli è tuttavia lo specchio di Preneste, risalente al IV sec. a.C.. Detto specchio raffigura la lupa con i gemelli e altre quattro figure umane identificate da Wiseman con Hermes, Lara/Tacita madre dei Lares, Pan Lykaios loro padre e Quirino. Da ciò discenderebbe, secondo Wiseman, che i due gemelli non sarebbero Romolo e Remo, ma i Lares Praestites protettori dell’Urbe.
Tra le ulteriori interpretazioni moderne del mito di Romolo e Remo, per Niebuhr il mito implica una duplicità sociale della Civitas romana e il nome di Remo rimanda a una presunta città di Remuria situata nei pressi di Roma e da questa successivamente assorbita. Schwegler vede invece nella storia dei gemelli la riproposizione di un tema analogo presente in altre mitologie (i Dioscuri in Grecia, gli Asvin/Nasatya in India) sviluppato dai Romani con la particolarità dell’uccisione di uno dei fratelli da parte dell’altro. Per Schwegler, la storia dei gemelli deriverebbe dal culto dei Lares Praestites, protettori della città. Mommsen dà una spiegazione di natura politica al mito, nel senso che i due gemelli avrebbero adombrato l’esistenza di una doppia autorità all’interno dello Stato. Schulze interpreta i nomi dei gemelli come eponimi di gentes (Romolo della Romilia, Remo di presunti Remmii) seguito in questa tesi dal Mesk. Arthur Rosenberg vede in Remus la latinizzazione del nome Rhomos, che sarebbe stato il fondatore di Roma secondo una leggenda greca; dall’unione di questo mito con quello di derivazione etrusca riguardante Romolo, avrebbe avuto origine la storia dei gemelli. Carcopino fa risalire il mito della lupa ai tempi dell’alleanza tra Roma e Capua (338 a.C.), mentre l’introduzione dell’uccisione di Remo deriverebbe dalla defezione di Capua ai tempi della guerra annibalica. Andreas Alföldi, da parte sua, sostiene che la storia della lupa e dei gemelli è la variante di un mito diffuso in tutta l’Eurasia (si pensi al mito del lupo grigio di fondazione della nazione turca). Inoltre la storia adombrerebbe il ricordo ormai perduto di una duplice monarchia originaria. Wiseman sostiene l’origine tarda del mito della lupa e dei gemelli e lo riconnette al concetto di duplicità sociale affermatosi con l’ascesa della plebe e le leggi Licinie-Sestie del 367 a.C..
Per quanto riguarda il rito dei Lupercalia, secondo Wiseman esso precede e non segue quello della lupa e dei gemelli ed è connesso al mito di Evandro e al culto di Pan Lykaion da questi introdotto, come tramandano Dionigi di Alicarnasso e Plutarco. L’uso di percuotere le donne con strisce di pelle di capra al fine di assicurare loro la fertilità, come ci tramanda Ovidio, deriverebbe da un oracolo reso nel bosco sacro di Giunone ai piedi dell’Esquilino.
Durante il pontificato massimo di Augusto, ispirato all’ideale della pace e della concordia, il mito delle origini di Roma venne depurato dagli aspetti più scabrosi nella prospettiva di una nuova Età dell’Oro:  Virgilio scrisse «Remo cum fratre Quirino iura dabunt» (Eneide, I, 292-293).
In generale, si può affermare che gli studi moderni sull’antica Roma, in particolare quelli della scuola tedesca della seconda metà del sec. XIX, o gli studi di autori a noi contemporanei come il Wiseman, pur avendo un notevole spessore scientifico, scontano l’incapacità di calarsi nella forma mentis dell’uomo antico. Si può anche ammettere che talvolta le fonti tradizionali trovino la loro spiegazione in un fatto sociale e politico storicamente posteriore all’evento che descrivono. Si può anche convenire con la scuola comparatistica sul fatto che gli avvenimenti narrati da Livio e dagli altri storici romani sono spesso la trasposizione di archetipi appartenenti al comune substrato mitologico delle popolazioni indoeuropee. Tuttavia è lecito ritenere che la narrazione relativa alle origini di Roma, accanto all’enunciazione di una verità mitico-sacrale, possa contenere anche la memoria di fatti e personaggi storicamente esistiti. Non ci sarebbe pertanto da sorprendersi se, in futuro, nuove scoperte analoghe a quelle fatte nel 1988 dall’archeologo Andrea Carandini sul Campidoglio  – grazie alle quali è stata dimostrata la sostanziale fondatezza storica del mito di fondazione dell’Urbe – portassero ulteriore luce sui protagonisti dell’età aurorale della nostra Civiltà.
Carlo Altoviti
[1] T.P. WISEMAN, Remus. Un Mito di Roma (Quasar, Roma 1999).

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